L’Onu richiama la Malesia: no alle detenzioni di migranti per coronavirus

Pubblicato il 2 maggio 2020 alle 13:07 in Immigrazione Malesia

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Il governo malese ha operato una ricognizione dei migranti senza documentazione e ha arrestato 586 persone nella capitale tra migranti e rifugiati, nel quadro generale delle misure per contenere il coronavirus. Il 2 maggio, in alcune dichiarazioni alla stampa stampa, il Ministro della Difesa del Paese, Ismail Sabri Yaakob, ha affermato che i detenuti saranno collocati in appositi centri per l’immigrazione in attesa di ulteriori disposizioni, ribadendo che, nonostante essi si trovassero in isolamento, la loro presenza nel Paese non è regolare.

Il giorno precedente, l’esecutivo di Kuala Lumpur ha ordinato un raid nei sobborghi della città, dove vivono molti degli stranieri presenti nel Paese e in cui tre edifici erano stati precedentemente messi in isolamento, dopo la registrazione di un picco di casi di coronavirus al loro interno. In particolare, stando a quanto riferito dal governo malese, in tali strutture vivono circa 9.000 persone di cui 235 sono risultate positive al coronavirus. La polizia dello Stato asiatico ha affermato che tale operazione ha l’obiettivo di impedire che i migranti senza documentazione si spostino verso altre aree e ha ribadito che essa rientra tra le misure generali di restrizione dei movimenti, per limitare la diffusione dell’epidemia.  Alcuni attivisti dei diritti umani hanno reso noto che tra i detenuti ci sono bambini e rifugiati di etnia Rohingya, provenienti dal Myanmar. In particolare, la ONG Refuge For The Refugees ha affermato che tra i migranti arrestati ci sono anche un bambino di quattro anni e il fratello quindicenne,  il quale è riuscito a restare in contatto con loro, fin quando il suo telefono non è stato confiscato.

L’Onu ha commentato quanto avvenuto sostenendo che tali atteggiamenti possano indurre i gruppi più vulnerabili a nascondersi e a non andare a curarsi per paura di essere arrestati. Per tanto, l’Organizzazione ha richiesto alla Malesia che vengano liberati i bambini con i rispettivi accompagnatori e che i migranti in generale non vengano incarcerati. In una dichiarazione rilasciata in tal proposito, l’Onu ha inoltre affermato che così facendo il Paese aumenta il rischio di diffusione del coronavirus, in quanto centri di detenzione affollati possono diventare pericolosi poli di diffusione. Il vice direttore per l’Asia di Human Rights Watch ha aspramente criticato le mosse del governo malese, sostenendo anch’egli che con le sue azioni Kuala Lumpur sta solamente aumentando il rischio di diffusione del virus.  Il ministro della Difesa  ha risposto alle critiche sostenendo che tutti coloro che sono stati arrestati sono risultati negativi ai test per il coronavirus e ha ribadito che non è stata perpetrata alcuna forma di crudeltà nei loro confronti, in quanto hanno ricevuto un buon trattamento. Tuttavia, il ministro ha sottolineato la necessità di azioni nei loro confronti secondo quanto previsto dalla legge.

Gli arresti dei migranti sono arrivati in seguito ad episodi di diffusa rabbia del popolo malese per la presenza degli stranieri e in particolare dei rifugiati Rohingya, accusati di diffondere l’epidemia e di gravare sulle risorse dello Stato in una situazione di difficoltà, dovuta allo stallo dell’economia per le misure di isolamento. In Malesia ci sono circa 2 milioni di lavoratori stranieri regolari ma le autorità di Kuala Lumpur hanno stimato che ve ne siano molti altri che vivono nel Paese senza i documenti necessari. Stando al South China Morning Post, data la situazione di stallo determinata dal coronavirus, molti di loro sono diventati disoccupati con un conseguente deterioramento delle loro condizioni di vita, essendo essi sottoposti anche a violazioni di diritti umani. Inoltre, la Malesia non riconosce formalmente lo status di rifugiati, trattando questi ultimi come immigrati irregolari. Essi non sono per tanto autorizzati ad avere un’occupazione, quindi ricorrono spesso a forme di lavoro illegale e sopravvivono grazie a donazioni. Durante la pandemia, il Ministero della Salute malese ha incoraggiato tutti i migranti a farsi testare e ne ha verificati 21.271 di cui 811 sono risultati positivi ma gli ultimi avvenimenti potrebbero inficiare tale iniziativa.

I Rohingya, in particolare, sono una popolazione originaria del Myanmar di fede islamica, ma non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia nel Paese, dove sono stati vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddhista e dell’esercito, spingendoli a cercare rifugio altrove. Lo scorso 6 aprile, 202 persone di etnia Rohingya sono arrivate nel Paese via mare e sono state messe in isolamento.

In termini di contagi, la Malesia è al quarto posto nel Sud Est asiatico, con 6.176 positivi e 103 vittime, mentre è terza per numero di morti.  Il primo ministro, Muhyiddin Yassin, ha annunciato la distensione di alcune delle misure di isolamento in vigore da sei settimane a partire dal prossimo lunedì 4 maggio, quando molte aziende riapriranno.

Lo Stato con la maggiore diffusione nella regione è stato Singapore con 17.548 casi ma ha registrato solamente 16 morti per coronavirus, seguita dall’Indonesia con i suoi 10.551 positivi e 800 decessi e dalle Filippine con 8.928 contagi e 603 morti. Gli altri Paesi hanno registrato cifre più contenute a partire dalla Thailandia con 2.966 contagi e 54 decessi. La Birmania, poi, ne ha confermati 151, con appena 6 decessi. Il Brunei ha registrato 138 positivi ed un solo decesso, mentre Cambogia, Vietnam, Laos e Timor Est hanno rispettivamente 122, 270, 19 e 24 positivi ma nessun decesso.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione