Immigrazione: i fatti più importanti di aprile 2020

Pubblicato il 1 maggio 2020 alle 6:01 in Approfondimenti Immigrazione

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Secondo le stime della UN Refugee Agency (UNHCR), nel mese di aprile 2020, sono giunti in Europa via mare e via terra oltre 4.000 migranti. Il Paese che ha accolto il maggior numero di stranieri, finora, risulta essere la Grecia, con oltre 9.600 arrivi, seguita dalla Spagna, con oltre 6.000 arrivi, Italia, Malta, con circa 1.200 sbarchi, e Cipro, quasi 500 sbarchi. Il numero dei morti in mare nei primi quattro mesi del 2020, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM), ammonta a oltre 250. Tali cifre segnano una diminuzione rispetto a quelle dell’aprile 2019, quando arrivarono in territorio europeo via mare e via terra più di 5.000 stranieri.

Per quanto riguarda il caso specifico dell’Italia, il Ministero dell’Interno riferisce che, dal primo gennaio al 28 aprile 2020, sono sbarcati 3.365 migranti, contro i 667 dello stesso periodo del 2019. Le prime cinque nazionalità degli stranieri sono bangladese, ivoriana, sudanese, algerina e marocchina. Il numero dei minori stranieri non accompagnati, dall’inizio dell’anno, ammonta invece a 587.

Il mese di aprile si è aperto con la condanna, da parte della Corte di giustizia dell’Unione Europea, nei confronti di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per aver infranto la legge chiudendo le proprie frontiere ai migranti nel 2015.  Nella sentenza, nello specifico, si legge che il rifiuto dei tre Paesi in questione di rispettare le proprie quote della ripartizione dei migranti nel 2015 viola il diritto europeo. Tale verdetto conferma la discrepanza esistente tra i Paesi del blocco comunitario in materia di immigrazione, pur non prevedendo pene per gli Stati che hanno infranto la legge, in quanto la ricollocazione dei migranti non è più prevista dal 2017. Da parte loro, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno dichiarato di non aver rispettato le quote sulla ripartizione al fine di tutelare la propria sicurezza nazionale, minacciata dall’afflusso dei migranti.

Il 7 aprile aprile, il governo italiano ha dichiarato che i suoi porti non possono più essere considerati sicuri, a causa della diffusione dell’epidemia di coronavirus. Pertanto, ha vietato ai migranti recuperati dalle ONG di sbarcare sulle coste italiane. La decisione è stata presa dopo che un’imbarcazione dell’organizzazione non governativa tedesca Sea-Eye aveva tratto in salvo 150 persone al largo della Libia e si era diretta verso l’Italia. “Per tutta la durata dell’emergenza sanitaria nazionale causata dalla diffusione del COVID-19, i porti italiani non possono garantire i requisiti necessari per essere definiti e classificati come porti sicuri”, dichiara il decreto governativo. L’emergenza nazionale dovrebbe protrarsi fino al 31 luglio, secondo le disposizioni attuali, ma la scadenza potrebbe essere estesa. La norma emanata, nello specifico, riguarda “i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area SAR (ricerca e soccorso) italiana”. Il decreto è stato firmato dai ministri dell’Interno, degli Esteri e dei Trasporti, così come dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha sempre supportato l’attività delle ONG.

Il 10 aprile, un giovane migrante egiziano di 15 anni, accolto nell’hotspot di Pozzallo, in Sicilia, è risultato positivo al coronavirus. Il ragazzo era approdato a Lampedusa a bordo di un barcone, il 6 aprile. Insieme a lui, altri migranti arrivati nei giorni scorsi nell’isola di Lampedusa sono stati trasferiti a Pozzallo.

Il 12 aprile, l’ong tedesca Sea Watch ha denunciato il naufragio, nelle acque tra Malta e Tripoli, di uno di 4 gommoni con a bordo oltre 250 persone, la cui presenza era già stata segnalata il giorno precedente. L’annuncio è stato lanciato via Twitter dal profilo Sea Watch Italy, nel quale la ong tedesca ha accusato l’Europa affermando: “Lasciati morire soli nel giorno di Pasqua da un’Europa che parla a vuoto di solidarietà verso le persone che soffrono. 250 persone erano alla deriva da ieri su 4 gommoni. Oggi avvistamenti Frontex li riportano ancora in mare e uno capovolto. Naufragato con le persone a bordo”.

Lo stesso giorno, l’Italia ha ordinato che i migranti e i rifugiati a bordo della nave di salvataggio della Sea Eye venissero trasferiti su un’altra imbarcazione per essere sottoposti ai test per il coronavirus e messi in quarantena, prima di essere autorizzati a sbarcare. La Alan Kurdi, gestita da Sea-Eye, navigava in acque internazionali, al largo della costa occidentale della Sicilia, dal 6 aprile, dopo aver tratto in salvo 150 persone nei pressi della Libia. Il 12 aprile, il Ministero dei Trasporti italiano aveva dichiarato in una nota che i migranti a bordo sarebbero stati controllati dalle autorità sanitarie solo dopo essere stati trasferiti e messi in quarantena su un’altra nave. La dichiarazione del Ministero sottolinea che consentire ai migranti di sbarcare senza essere sottoposti a screening rischia di fare troppa pressione sui servizi sanitari regionali, già in difficoltà.

Il 14 aprile, le Nazioni Unite hanno chiesto all’Arabia Saudita di interrompere il rimpatrio dei migranti irregolari dal Paese del Golfo Persico, per i rischi di diffusione del coronavirus. Sono circa 2.870 i migranti etiopi trasferiti dall’Arabia Saudita ad Addis Abeba dall’inizio della pandemia, secondo i dati dell’Onu. Le autorità etiopi hanno confermato che il governo saudita aveva avviato espulsioni su larga scala. Un funzionario delle Nazioni Unite ha riferito che l’Arabia Saudita sta pianificando di espellere complessivamente circa 200.000 migranti etiopi. Altri Stati arabi del Golfo e alcuni Paesi vicini dovrebbero a loro volta rimpatriare migranti etiopi.  Il ministro della Salute etiope, Lia Tadesse, ha sottolineato che alcuni dei migranti rimpatriati dall’Arabia Saudita sono risultati positivi al coronavirus. Il loro numero esatto, tuttavia, non è ancora noto. Coloro che sono ritornati ad Addis Abeba sono stati messi in quarantena per 14 giorni nelle scuole e nelle università che sono state chiuse e convertite a tale scopo, ha specificato Zewdu Assefa, dell’Ethiopian Public Health Institute.

Sempre il 14 aprile, Malta ha inviato una lettera all’Alto rappresentante europeo Joseph Borrel, al quale ha chiesto di intraprendere “un’azione urgente” in Libia, per evitare l’esodo di migliaia di rifugiati dalle coste del Paese nordafricano. L’intervento, ad avviso di Malta, dovrebbe servire a evitare “un disastro umanitario in Libia, dove la situazione è ulteriormente peggiorata a causa del coronavirus e del persistere della guerra civile”. Secondo la lettera, firmata dal ministro degli Esteri maltese, Evarist Bartolo, si prevede che circa 650mila persone potrebbero lasciare le coste libiche nel prossimo futuro. Per tutta risposta, un portavoce della Commissione europea ha confermato che il documento verrà sottoposto a valutazione. Nella lettera, nello specifico, viene suggerito all’Unione Europea di “avviare immediatamente una missione umanitaria in Libia”, allo scopo di frenare il flusso migratorio durante l’epidemia di coronavirus.

 Il 15 aprile, la Tunisia ha chiesto all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) di fornire aiuti, nel caso di un grande afflusso di rifugiati dalla Libia. Le preoccupazioni del governo tunisino sono emerse durante un colloquio tra il ministro della Difesa, Imed Hazgui, e il rappresentante dell’UNHCR a Tunisi, Hanan Hamdan. Il ministro ha evidenziato la precarietà della situazione della sicurezza in Libia e ha ribadito la responsabilità dell’agenzia dell’ONU di fornire supporto materiale e logistico alla Tunisia in caso di un esodo di richiedenti asilo dal Pase vicino. 

Il 20 aprile, la Commissione europea ha presentato le linee guida per l’attuazione delle regole europee sull’asilo e sulle procedure di rimpatrio dei migranti durante l’emergenza dovuta al coronavirus. Bruxelles ha sottolineato che il principio del non respingimento per chi cerca protezione internazionale continua a rimanere valido e che, dunque, le esenzioni dalle restrizioni ai viaggi da Paesi terzi valgono per le persone che presentano richieste di asilo o che si spostano per altri motivi umanitari. Le linee guida, redatte con l’ausilio dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (EASO), dell’Agenzia europea della Guardia di frontiera e costiera (Frontex) e in cooperazione con le autorità nazionali, prevedono che la registrazione e il trattamento delle domande di asilo proseguano senza ostacoli, nel rispetto delle condizioni di sicurezza stabilite dalle misure di contrasto al coronavirus, e che la quarantena e le misure di isolamento dei richiedenti asilo siano ragionevoli, proporzionate e non discriminatorie. Per quanto riguarda le disposizioni sul rimpatrio, le linee guida precisano che, malgrado le perturbazioni temporanee, occorre proseguire con i lavori in modo da essere pronti quando le operazioni riprenderanno. In questo momento, specifica il documento, occorre dare la precedenza ai rimpatri volontari, dal momento che, in genere, presentano un rischio minore in termini sanitari e di sicurezza.

Il 22 aprile, il ministro della Sicurezza della Bosnia ed Erzegovina, Fahrudin Radonic, ha annunciato l’espulsione di circa 10.000 migranti dal Paese.  Nello specifico,Radonic ha spiegato che la Bosnia non intende essere “un parcheggio europeo per i migranti” e che, per tale ragione, vuole espellere i richiedenti asilo irregolari. In particolare, la decisione del ministro della Sicurezza è stata già comunicata al direttore dell’Ufficio Affari Esteri della Bosnia, Slobodan Ujic, al quale è stato richiesto di stilare una lista di 9 o 10.000 migranti economici irregolari, per poter iniziare a preparare la loro espulsione.  La misura elaborata dal ministro della Sicurezza non riguarderà i rifugiati siriani, dato che si tratta una questione che deve essere affrontata in maniera diversa. Al contrario, ad essere espulsi saranno, secondo le dichiarazioni del ministro, tutti i migranti provenienti da Paesi più ricchi della Bosnia, dove il tasso di disoccupazione è pari a circa il 50% dei cittadini. 

Sempre il 22 aprile, il ministro delegato delle politiche migratorie della Grecia, Giorgos Koumoutsakos, e il ministro britannico per l’Immigrazione, Chris Philp, hanno firmato un piano bilaterale volto a rafforzare la cooperazione in materia di migrazione irregolare. L’accordo, che è stato siglato al termine di una teleconferenza tra le due parti, prevede, oltre allo scambio di informazioni tra forze di polizia e magistrature per combattere la tratta di esseri umani, anche il trasferimento nel Regno Unito di un numero non specificato di minori non accompagnati dai campi profughi greci e la riunificazione dei richiedenti asilo presenti in Grecia con i familiari residenti in Gran Bretagna. Koumoutsakos ha sottolineato che l’accordo è “il risultato di molti mesi di intenso lavoro”. 

Infine, il 24 aprile, il premier del governo di Tripoli, Fayez al-Sarraj, ha respinto la nuova missione europea nel Mediterraneo, nota con il nome di Irini, affermando che trascura il controllo dei confini terrestri attraverso i quali avviene il passaggio del maggior numero di armi e munizioni destinate all’esercito del generale Khalifa Haftar, uomo forte del governo rivale di Tobruk. Al-Sarraj ha altresì sottolineato di avere prove certe sul fatto che armi e altre attrezzature militari giungano ad Haftar, attraverso le frontiere terrestri e aeree della Libia. L’invio della missione era stato approvato, all’unanimità, lo scorso 17 febbraio, in occasione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’UE, il quale aveva deciso la sostituzione di Sophia, volta a contrastare il traffico di migranti, con una nuova missione tesa al monitoraggio dell’embargo sulle armi. A differenza di Sophia, la quale riguardava la totalità delle coste libiche, Irini riguarda solo le acque ad Est della Libia, principale punto di arrivo dei carichi di armamenti.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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