L’Unione Africana chiede stop alle sanzioni contro Sudan e Zimbabwe

Pubblicato il 30 aprile 2020 alle 7:18 in Sudan Zimbabwe

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Il presidente dell’Unione Africana (UA), nonché capo di Stato del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, ha richiesto alla comunità internazionale di revocare le sanzioni economiche contro lo Zimbabwe e il Sudan per consentire ai Paesi di fronteggiare la diffusione del coronavirus. Ramaphosa ha presentato l’appello, il 22 aprile, durante una riunione da remoto dell’Ufficio dei capi di Stato e di governo dell’UA. 

L’Ufficio comprende i presidenti di Kenya, Egitto, Mali, Repubblica Democratica del Congo, Sudafrica, Etiopia, Ruanda, Senegal e Zimbabwe, ma alla riunione ha partecipato anche il presidente della Commissione dell’UA, Moussa Faki Mahamat, nonché diversi imprenditori africani.

Nello specifico, tra le nazioni che hanno adottato sanzioni nei confronti dello Zimbabwe figurano gli Stati Uniti, le cui misure restrittive risalgono al 2003. Al tempo, il Ministero del Tesoro americano aveva emanato sanzioni finanziarie contro il Paese africano a causa della sua perdurante instabilità politica. Dopo aver conquistato l’indipendenza dal Regno Unito nel 1980, il nuovo governo guidato dal primo ministro, Robert Mugabe, fu accusato di pratiche antidemocratiche, violazioni di diritti umani e della cattiva gestione economica. Per tale motivo, gli Stati Uniti adottarono diverse misure contro i responsabili delle repressioni politiche e della corruzione pubblica. Tali sanzioni sono state poi rinnovate dalle successive amministrazioni e, in particolare, l’ultima estensione è stata annunciata dall’attuale presidente americano, Donald Trump, il 5 marzo 2019. Anche l’Unione Europea ha adottato, a partire dal 2002, diverse sanzioni contro lo Zimbabwe, il cui ultimo rinnovo risale al 17 febbraio 2020.

Riguardo al Sudan, nonostante gli Stati Uniti abbiano rimosso le sanzioni contro Khartoum il 6 ottobre 2017, il Paese africano è ancora soggetto a misure restrittive da parte dell’Onu. Nel dettaglio, il 3 novembre 1997, l’allora presidente americano Bill Clinton, impose diverse sanzioni contro il governo del Sudan, quali un embargo sul commercio e il congelamento di tutti i beni del Paese. Tra le cause figuravano il supporto al terrorismo internazionale, i continui tentativi di destabilizzare i governi vicini e le violazioni dei diritti umani, tra cui la pratica dello schiavismo e la negazione della libertà religiosa. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha dichiarato che la decisione di eliminare tali misure è stata dettata dai progressi di Khartoum nel combattere il terrorismo e ridurre la crisi umanitaria.

Da parte sua, l’Onu mantiene ancora in vigore le sanzioni contro il Sudan, adottate il 30 luglio 2004, attraverso la Risoluzione 1556. Tali misure, che avevano introdotto un embargo sulle armi nei confronti di tutte le entità e persone che operavano nel Darfur, sono state ulteriormente potenziate negli anni successivi. Nello specifico, il conflitto in Darfur è iniziato il 26 febbraio 2003, quando diverse tribù, per la maggior parte non-arabe, hanno sollevato una serie di offensive contro il governo arabo locale. Per porre fine agli scontri, il 31 luglio 2007, le Nazioni Unite hanno avviato una missione di peacekeeping nella regione (UNAMID) ma, a causa delle significative violazioni di diritti umani, l’Onu mantiene ancora oggi le sanzioni contro Khartoum. Secondo le stime dell’organizzazione internazionale, più di 300.000 persone sono state uccise nel corso del conflitto, e quasi un milione di cittadini sono stati costretti ad abbandonare le proprie case.

Durante la riunione, i leader politici sono stati favorevoli all’adozione di una posizione unitaria e all’elaborazione di una risposta coordinata per combattere la crisi del coronavirus, che rappresenta un’importante minaccia per le economie del continente. Nello specifico, i presidenti africani si sono impegnati a investire 4,5 milioni di dollari nei centri di controllo e di prevenzione delle malattie, in particolare per la lotta al coronavirus. In aggiunta, l’Ufficio ha approvato la creazione di un fondo chiamato “Africa COVID-19 Fund”, al quale gli Stati membri hanno già versato un contributo iniziale di 12,5 milioni di dollari.

 Parallelamente, Ramaphosa ha lanciato un appello al resto della comunità dell’UA, agli attori internazionali e alle organizzazioni filantropiche per ottenere ulteriori finanziamenti. A tal proposito, il presidente dell’UA si è confrontato con diverse parti, tra cui il presidente della Banca Mondiale, David Malpass, l’amministratore delegato Fondo Monetario Internazionale (FMI), Kristalina Georgieva, e altri leader mondiali per perorare la causa africana.

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Mariela Langone

di Redazione

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