Kenya, coronavirus: isolati due campi profughi

Pubblicato il 30 aprile 2020 alle 13:42 in Immigrazione Kenya

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Il Kenya ha isolato e vietato tutti i movimenti all’interno e all’esterno di due enormi campi profughi, che ospitano più di 400.000 persone. La misura è stata decisa nellambito dei provvedimenti volti a contenere e prevenire la diffusione del coronavirus tra le comunità vulnerabili.

Il ministro dellInterno, Fred Matiangi, ha specificato, mercoledì 29 aprile, che le restrizioni si applicano al campo di Dadaab, nel Kenya orientale, dove sono raccolte circa 217.000 persone, e al campo di Kakuma nel Kenya nord-occidentale, che ne ospita almeno altre 190.000. I rifugiati che vi risiedono, alcuni ormai da molti anni, provengono principalmente dalla Somalia, dal Sud Sudan e dall’Etiopia. In Kenya, finora, sono stati registrati circa 384 casi di coronavirus, ma nessuno dei residenti di Dadaab o Kakuma è ancora risultato positivo. Esperti sanitari e gruppi per la difesa dei diritti umani avvertono da tempo che lesplosione di un focolaio allinterno di uno dei campi profughi del Paese, tutti densamente popolati, potrebbe essere catastrofico.

A Dadaab, un possibile scoppio del coronavirus significherebbe un vero disastro, dal momento che la struttura ha la capacità di mettere in quarantena solo un massimo di 2.000 persone e possiede solo un reparto dedicato al Covid-19 con 110 posti letto”, ha scritto su Twitter Philippa Crosland-Taylor, direttore della Ong CARE in Kenya. Lorganizzazione ritiene che nel campo di Dadaab siano presenti almeno 270.000 persone, se calcoliamo anche i rifugiati privi di documenti e quelli che vivono nelle comunità ospitanti.

La portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), Eujin Byun, ha dichiarato che le nuove restrizioni non implicano un “cambiamento di vita significativo” per i rifugiati. I divieti di movimento, che non consentono loro di viaggiare fuori dalla zona in cui si trovano, vengono già applicati da fine marzo. Tuttavia, ora anche alle comunità ospitanti viene impedito di lasciare l’area e il movimento stesso allinterno dei campi è limitato. Gli spostamenti umanitari saranno consentiti “caso per caso” e sarà ancora possibile trasportare aiuti e merci vitali nell’area.

La Byun ha specificato che le misure restrittive saranno efficaci solo se al contempo si riuscirà a garantire che tutti i rifugiati abbiano accesso all’acqua pulita e al sapone, assicurando livelli dignitosi di condizioni igienico-sanitarie. L’UNHCR si è impegnata a garantire maggiore sicurezza, anche per il suo personale, modificando le operazioni nei campi per cercare di evitare le riunioni e gli assembramenti. Ad esempio, per ridurre il contatto tra residenti e operatori umanitari, si prevede la distribuzione di generi alimentari ogni due mesi, mentre in passato avveniva mensilmente o ogni due settimane. L’agenzia ha anche smesso di inviare missioni esterne nei campi per prevenire una potenziale diffusione del virus.

A livello nazionale, il Kenya non ha imposto un blocco totale delle attività, ma ha ordinato un coprifuoco notturno, dal tramonto all’alba, e ha bloccato i movimenti dentro e fuori la capitale, Nairobi, nella contea nord-orientale di Mandera e in altre tre città costiere.

Con un totale di circa 30.000 casi accertati, e un numero presumibilmente altrettanto alto di casi non ufficializzati, gli analisti temono che l’Africa possa seguire presto una traiettoria simile a quella di molti Paesi europei, con la differenza che le strutture sanitarie nel continente africano avrebbero molta più difficoltà a fronteggiare una simile epidemia. Ciò che spaventa di più è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili 

di Redazione

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