Giordania: per il re è giunto il momento di ritornare alla globalizzazione

Pubblicato il 28 aprile 2020 alle 12:27 in Giordania Medio Oriente

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Il monarca giordano, il re Abdullah II, ha invitato la comunità internazionale a rivalutare e rimodellare le istituzioni globali, oltre a crearne di nuove. Per il sovrano, invece di una de-globalizzazione bisognerebbe riconsiderare il concetto di globalizzazione.

Tali parole sono state riportate in un articolo del Washington Post, ripreso dal quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed del 28 aprile. In particolare, secondo il re Abdullah II bisogna riconoscere che un Paese da solo non può riuscire in una missione o avere successo da solo, e che il fallimento di uno rappresenta il fallimento di tutti. Per tale motivo, bisognerebbe riconsiderare il concetto di globalizzazione, ma, a detta del monarca, bisogna farlo nel modo giusto. A tal proposito, è stato evidenziato, anche per lottare contro la minaccia comune di coronavirus bisogna unire e coordinare gli sforzi profusi a livello globale, così da garantire la sopravvivenza e la sicurezza dell’umanità.

Tuttavia, è stata proprio questa minaccia a mettere in evidenza i difetti dell’ordine globale, causati dall’ingiustizia civile, dalla diseguaglianza negli introiti, dalla povertà e dalla cattiva gestione del governo. Per tale motivo, a detta del re giordano, alla fine della pandemia sarà necessario non solo ricostruire, ma anche creare qualcosa di nuovo, ovvero bisognerà attuare una ri-globalizzazione in grado di promuovere la collaborazione e non la competizione tra i diversi Paesi. Ciò sarà possibile attraverso una riconfigurazione delle istituzioni internazionali che terrà conto dei punti di forza e debolezza di ciascuna nazione, mettendo da parte i desideri politici e di popolarità di ciascun leader.

Come spiegato da Abdullah II, tutto ciò vale ancor di più nella regione mediorientale, dove è necessario allontanare divergenze e conflitti, vista la crescente diminuzione di risorse interne. Da parte sua, la Giordania si è detta pronta a svolgere la propria parte, come dimostrato altresì dal cosiddetto processo di Aqaba, un forum tra più nazioni, sotto l’egida del monarca giordano, il cui scopo è promuovere il coordinamento internazionale nella lotta al terrorismo e all’estremismo violento. A tal proposito, ha ribadito il monarca, anche nel contrasto a tale fenomeno è necessario abbattere le barriere sia tra una regione e l’altra sia tra le diverse istituzioni. Il processo di Aqaba vuole proprio porsi come piattaforma per la condivisione di informazioni, risorse ed esperienze e per identificare eventuali lacune.

La posizione geografica della Giordania, la sua storia e l’assetto politico hanno reso la monarchia hashemita un Paese politicamente stabile che, nel corso dei conflitti degli ultimi anni, sia interni alla regione sia internazionali, ha aperto i suoi confini ai rifugiati siriani e palestinesi. All’interno del panorama politico internazionale, Amman, da un lato, si è posta a fianco dell’Occidente prendendo parte alla coalizione anti- ISIS guidata dagli Stati Uniti mentre, dall’altro lato, ha stretto relazioni di notevole importanza con gli Stati del Golfo, soprattutto in seguito all’inizio delle primavere arabe del 2011.

Al contempo, il Paese è connesso anche alla questione palestinese. La popolazione del regno hashemita è costituita da circa il 70% di palestinesi, discendenti di coloro giunti nel Paese durante la dominazione hashemita della Cisgiordania, dal 1948 al 1967, e dei profughi dei numerosi conflitti israelo-palestinesi avvenuti dal secondo dopoguerra a oggi. La Giordania è poi l’unico paese arabo in Medio Oriente ad avere firmato un trattato di pace con Israele, il 26 ottobre 1994, che ha normalizzato le relazioni tra i due Paesi.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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