Yemen, la crisi del Sud: l’invito della coalizione saudita

Pubblicato il 27 aprile 2020 alle 10:31 in Arabia Saudita Yemen

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La coalizione a guida saudita, impegnata nel conflitto yemenita a fianco del governo centrale yemenita, ha evidenziato la necessità di ristabilire la normalità nel Sud dello Yemen e nella capitale provvisoria Aden, dopo che, il 26 aprile, il Consiglio di transizione meridionale (STC) ha annunciato l’istituzione di un’amministrazione autonoma.

Il Consiglio di transizione meridionale, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, rappresenta i gruppi secessionisti del Sud dello Yemen che da tempo desiderano separarsi dal resto del Paese. Nel corso del 2019 e, nello specifico, dal 7 agosto, violenti scontri hanno avuto inizio nella città di Aden per poi propagarsi in altri distretti e città meridionali. Da un lato, vi erano le guardie presidenziali, mentre, dall’altro lato, le forze secessioniste. Tali tensioni hanno portato al cosiddetto accordo di Riad, raggiunto il 5 novembre dal governo centrale yemenita e dal Consiglio di transizione meridionale, sotto l’egida dell’Arabia Saudita, con l’obiettivo di porre fine alla lotta al potere nel Sud del Paese e ai combattimenti che hanno interessato le aree meridionali.

Tuttavia, alla luce di quanto accaduto il 26 aprile, la coalizione teme che l’accordo e la relativa tregua possano essere messi in pericolo. Per tale motivo, il 27 aprile, questa ha affermato che è necessario riportare la situazione a come era con l’accordo del 5 novembre e porre fine altresì allo stato d’emergenza proclamato nella città portuale di Aden, oltre all’autonomia auto-proclamata da sei delle otto province meridionali. Inoltre, Riad si è detta pronta ad accelerare le procedure volte all’attuazione di quelle clausole dell’accordo non ancora soddisfatte. Tale intesa, ha ribadito la coalizione, rappresenta uno strumento pratico volto a raggiungere la pace nell’intero Paese e a far fronte alle sfide economiche attuali, rispondendo alle esigenze e alle aspettative del popolo yemenita. Parallelamente, Riad ha dichiarato che sono i firmatari stessi a dover impegnarsi nell’attuare misure chiare e frenare una eventuale escalation.

In tale quadro, una fonte ha rivelato ad al-Jazeera che, dal canto loro, anche gli Emirati Arabi Uniti (UAE) stanno svolgendo la propria parte nel destabilizzare ulteriormente la situazione nei territori meridionali e nell’isola di Socotra. In particolare, Abu Dhabi avrebbe provato ad “acquistare la fedeltà” di 13 ufficiali dell’esercito yemenita e hanno inviato 270 persone per eseguire un colpo di stato contro l’autorità locale dell’isola. Non da ultimo, secondo quanto riferito, gli UAE hanno altresì equipaggiato imbarcazioni e cinque piccoli elicotteri per effettuare operazioni di atterraggio e scarico di armi a Socotra.

Parallelamente, il ministro per gli Affari Esteri emiratino, Anwar Gargash, il 27 aprile, ha affermato che attuare a pieno l’accordo di Riad è necessario per perseguire il percorso politico in Yemen, e che il malcontento causato da un ritardo nella sua applicazione non deve rappresentare un pretesto per cambiare unilateralmente lo status raggiunto. Non da ultimo, Gargash ha affermato che Abu Dhabi ha fiducia nell’Arabia Saudita, garante della corretta e completa applicazione dell’intesa, considerata una pietra angolare per una soluzione politica e per la stabilità regionale.

Secondo l’accordo di Riad, gli scissionisti del Consiglio di transizione meridionale e le regioni meridionali avrebbero dovuto dare vita ad nuovo esecutivo nazionale, mettendo le proprie forze armate a servizio di tale governo, liberando le istituzioni governative ed unendosi nella lotta ai gruppi “terroristici”. Tuttavia, le forze secessioniste hanno criticato l’incapacità del governo yemenita di fornire servizi basilari come elettricità, acqua e fognature funzionanti, oltre ad aver lamentato la mancanza di un cessate il fuoco e di un ridimensionamento su tutti i fronti del conflitto nel Paese. Tutto ciò, è stato evidenziato, è necessario per far fronte all’emergenza coronavirus.

Negli ultimi anni, la città di Aden è stata utilizzata per preparare i pasti per le forze yemenite addestrate e sostenute dagli Emirati Arabi Uniti. In passato, invece, Aden era la capitale dello Yemen del Sud, prima che le due aree del Paese venissero unite, il 22 maggio 1990. La città costituisce la sede del governo del presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, e la capitale transitoria dello Yemen dal 2015, quando la capitale ufficiale yemenita, Sana’a, è stata conquistata dalle forze dei ribelli.

I separatisti e le forze del governo riconosciuto a livello internazionale si sono sempre detti uniti di fronte ai gruppi di ribelli sciiti Houthi, protagonisti del perdurante conflitto in Yemen, scoppiato il 19 marzo 2015. Le due parti non concordano, però, su alcune politiche riguardanti il futuro del Paese. Il motivo scatenante degli scontri di agosto 2019 era stata l’accusa, da parte delle forze secessioniste, secondo cui il partito Al-Islah, un ramo dei Fratelli Musulmani e presunto alleato del presidente Hadi, sarebbe stato complice dell’attacco missilistico del primo agosto contro una parata militare, in cui un comandante delle forze secessioniste della cintura di sicurezza, Munir al-Yafei, ha perso la vita.

Tuttavia, le tensioni ad Aden si erano acuite già nell’aprile 2017, quando Hadi ha accusato il governatore della città, Aidarous al-Zubaidi, di mancanza di lealtà, licenziandolo dall’incarico. Successivamente, l’11 maggio di quell’anno, in seguito alle proteste di massa contro l’allontanamento di al-Zubaidi, è nato il Consiglio di Transizione Meridionale (STC), con a capo l’ex governatore di Aden, scelto per presiedere un consiglio di 26 seggi. L’ente ha dichiarato immediatamente la sua intenzione di “ripristinare lo Stato meridionale” riferendosi all’ex repubblica dello Yemen del Sud, esistita dal 1967 al 1990. Per Hadi, l’STC è stato definito fin da subito illegittimo. Dopo la creazione dell’STC, a gennaio 2018, Aden è stata testimone di scontri provocati dalle forze della cintura di sicurezza che, in un primo momento, avevano preso il controllo del palazzo presidenziale e delle aree circostanti. Le tensioni, durate tre giorni, hanno causato 38 morti, ma sono state placate dopo l’intervento della coalizione internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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