L’Italia e la crisi del petrolio

Pubblicato il 27 aprile 2020 alle 18:44 in Il commento Italia

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L’Unione europea darà un grande aiuto economico all’Italia. È un’ottima notizia, purché si sappia che la forza di questi euro dipenderà dalla vitalità del sistema economico. I soldi non vivono nel vuoto, ma in un campo di forze che può accrescere il loro potere o diminuirlo. Se il prezzo di tutti i beni aumenta di colpo, gli euro sono sempre tanti, ma non bastano a nessuno. Questo fenomeno si chiama inflazione ed è una forza di sistema, che citiamo come esempio. In questo momento, la forza del sistema economico, in cui l’Unione Europea inietterà tantissimi euro, dipende da una crisi gravissima del petrolio, che espone non pochi Stati al pericolo della bancarotta. Siccome gli Stati danneggiati sono molti, occorre un criterio per seguire un filo logico. Tale criterio è l’interesse nazionale dell’Italia.

Dal momento che in Libia niente è cambiato, è interesse dell’Italia comprendere che cosa sta accadendo in tre Paesi suoi partner strategici: Russia, Iraq e Nigeria. Il crollo di uno di questi Stati renderebbe l’Italia più povera. Le notizie da Mosca sono relativamente positive: la Russia è attrezzata meglio di chiunque altro per affrontare il crollo del prezzo del petrolio. Temendo le sanzioni dell’Europa, Putin ha messo da parte un gruzzolo di 565 miliardi di dollari per fronteggiare un’eventuale crisi. Con un prezzo di 35 dollari al barile, il bilancio dello Stato russo potrebbe andare avanti per sei anni rimanendo invariate tutte le altre condizioni. Tuttavia, Putin perderebbe peso in Europa. Vendendo risorse energetiche a buon prezzo a Ungheria, Germania e Italia, è riuscito ad ammorbidire la reazione dell’Unione Europea contro l’invasione russa della Crimea del 2014. Persistendo la crisi petrolifera, non potrebbe più farlo. La Nigeria è, dopo il Sud Africa, il principale partner commerciale dell’Italia nell’Africa sub-sahariana, e la Lombardia è la prima regione italiana per il commercio con Abuja, che rischia il collasso. Il 90% di ciò che la Nigeria ricava dalle esportazioni dipende dal petrolio, da cui dipendono anche i due terzi dei guadagni con cui il governo tiene in piedi il Paese. I governi della Nigeria si sono sempre impegnati a diversificare l’economia, senza mai riuscirci. Ad aggravare la situazione, ha contribuito la decisione di spendere miliardi di dollari per tenere basso il prezzo del petrolio per i propri cittadini, pratica appena cessata per cause di forza maggiore. Per rendere più chiara l’importanza del sistema, è utile chiarire il ciclo: le imprese nigeriane si impoveriranno e avranno meno soldi per comprare i prodotti della Lombardia, che nel frattempo prenderà gli aiuti dall’Europa: soldi che vanno, soldi che vengono. In queste ore, gli italiani dovrebbero fare il tifo per se stessi e per i nigeriani. Lo slogan italiano: “Ce la faremo” dovrebbe diventare: “Ce la dobbiamo fare con i nigeriani”. La presenza di Eni in Nigeria risale al 1962, quando fu costruita la Nigeria Agip Oil Company (NAOC). Nel gennaio 2020, Eni ha firmato un nuovo contratto decennale di approvvigionamento per 1,5 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL) con la società Nigeria LNG Limited (NLNG).  In Iraq, l’Italia ha accresciuto i propri investimenti in misura considerevole, in cerca di nuovi mercati energetici dopo che la Libia è diventato il Paese più instabile del mondo. Anche le risorse del governo iraqeno dipendono per il 90% dal petrolio. A dicembre, quando un barile di petrolio costava 61 dollari, l’Iraq boccheggiava. A partire dal mese di maggio, non potrà pagare milioni di pensioni, stipendi e sussidi alla povertà. A partire da maggio, le sue perdite saranno di circa 4,5 miliardi di dollari al mese, mentre l’Isis è in agguato nel nord del Paese. I suoi attentati, dall’1 aprile a oggi, sono stati 18 in quell’area martoriata. A tutto questo bisogna aggiungere la rivolta popolare iniziata il 25 ottobre 2019, che ha causato le dimissioni del premier al-Mahdi e una crisi politica senza fine. I premier designati e rifiutati sono stati due. Il terzo, Mustafa al-Kazemi, non ha ancora ricevuto il voto del parlamento e non è certo che lo avrà. Crollando l’Iraq, dove l’esercito italiano svolge una missione, crollerebbe mezzo Medio Oriente in un inferno. L’Iraq è il Paese conteso da Iran e Stati Uniti, dove Trump ha ucciso il generale Soleimani, il 3 gennaio 2020. È difficile guardare fuori dall’Italia in questi tempi bui. Difficile sì, ma necessario.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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