Il Libano continua ad indagare sulla peggiore sparatoria degli ultimi 18 anni

Pubblicato il 23 aprile 2020 alle 10:52 in Libano Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Le forze di sicurezza e dell’esercito libanese continuano a condurre indagini sulla sparatoria di massa verificatasi il 21 aprile nel villaggio di Baakline, situato a 45 km a Sud di Beirut, che ha causato la morte di 9 persone, tra cui 2 bambini. È da 18 anni che non si verificavano eventi simili nel Paese.

In particolare, secondo quanto ricostruito sino al 23 aprile, un cittadino libanese, Mazen Harfoush, ha dapprima ucciso la moglie, madre delle due figlie di 6 e 3 anni, e il cognato, di 27 anni, che aveva cercato di calmarlo, sparandogli con un fucile da caccia. Successivamente, Mazen si è recato con il fratello Fawzi in un’area rurale nelle vicinanze, dove ha incontrato due contadini libanesi, entrambi uccisi. Le ultime 5 vittime ad essere state uccise sono di nazionalità siriana e tra questi vi sono stati anche due ragazzi di 10 e 15 anni. Dopo aver completato il massacro, Mazen e Fawzi si sono recati presso una scuola situata nelle vicinanze di Baakaline, dove, dopo aver parcheggiato la propria auto, sono fuggiti via prima dell’alba del 22 aprile. Secondo quanto riferito dal quotidiano arabo al-Arabiya, l’assassino è stato trovato nella sera del 22 aprile, in un’abitazione nei pressi di Baakaline. Mazen ha ammesso di aver ucciso anche il fratello, portando il bilancio delle vittime a 10.

Il premier libanese, Hassan Diab, ha condannato il crimine definendolo “orribile” e ha esortato le squadre investigative e le autorità giudiziarie ad intensificare indagini e ricerche. Secondo le prime ipotesi riportate dall’agenzia di stampa nazionale libanese (NNA), alla base del massacro potrebbe esservi una vendetta d’onore contro un uomo siriano oppure una disputa familiare. A detta di un deputato libanese proveniente da Baakaline, Marwan Hamadeh, ci sono segnali che indicano un’instabilità mentale in Mazen. Il sindaco del villaggio sede della sparatoria, Abdullah al-Ghoseini, ha riferito che i moventi degli omicidi non sono chiari, ma ha specificato che il villaggio ospita diversi lavoratori di origine siriana e i siriani uccisi vivevano in quella zona da circa 10 anni.

Tuttavia, non si hanno sufficienti prove per determinare le cause di quanto commesso. Sebbene siano molte le famiglie libanesi a possedere pistole e fucili all’interno delle proprie abitazioni sin dalla fine della guerra civile, episodi di tal tipo sono considerati rari. Il Libano ospita più di un milione di rifugiati siriani ed altri residenti libanesi provenienti dalla Siria, scappati dal perdurante conflitto in corso, scoppiato il 15 marzo 2011. Parallelamente, il Paese si trova ad affrontare una della peggiori crisi economiche e finanziarie verificatesi dalla guerra civile del 1975-1990, aggravata ulteriormente dalla diffusione della pandemia di Covid-19. In tale quadro, il malcontento dei cittadini è ritornato evidente proprio nella giornata del 21 aprile, quando dalle piazze del libanesi la popolazione ha chiesto al governo di Beirut misure efficaci volte a migliorare le condizioni di vita. Al contempo, i gruppi di rifugiati siriani sono talvolta considerati un ulteriore fardello per l’economia del Libano.

Nonostante ciò, sparatorie come quelle del 21 aprile non sono comuni. Tra gli ultimi episodi, nel marzo 2019, un soldato fuori servizio ha sparato contro 4 lavoratori immigrati nella città di Zahle, nella Valle della Beka’a, uccidendone uno. Nel 2017, un ragazzo di 14 anni ha ucciso 4 persone con un fucile a pompa durante alcuni disordini nella capitale Beirut. Ancor prima, nel mese di luglio 2002, un impiegato del Ministero dell’Istruzione libanese ha aperto il fuoco contro i suoi colleghi, uccidendone otto. Il responsabile è stato condannato a morte nel 2004.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione