Il Madagascar lancia un farmaco contro il coronavirus

Pubblicato il 22 aprile 2020 alle 17:18 in Africa Madagascar

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Il presidente del Madagascar, Andry Rajoelina, ha lanciato ufficialmente un farmaco che ritiene possa prevenire e curare linfezione da COVID-19. Sviluppata dal Malagasy Institute of Applied Research e marchiata COVID Organics, la presunta nuova cura, a base Artemisia, una pianta coltivata sullisola per combattere la malaria, è stata presentata alla stampa martedì 21 aprile. “Tutti gli studi e i test necessari sono stati condotti e la sua efficacia nel ridurre i sintomi è stata dimostrata nel trattamento dei pazienti con COVID-19 in Madagascar”, ha dichiarato il presidente. Un decreto presidenziale ha poi specificato che COVID Organics sarà obbligatorio per tutti i bambini che torneranno presto a scuola.

“Il farmaco sarà distribuito gratuitamente ai nostri compatrioti più vulnerabili e venduto a un prezzo molto basso a tutti gli altri. I profitti saranno donati al Malagasy Institute of Applied Research (IMRA) per finanziare la ricerca scientifica”, ha scritto il presidente su Twitter. “Sono convinto che la storia ci dimostrerà che abbiamo ragione e, ad oggi, ci sono già due casi nel nostro Paese che sono stati curati con COVID Organics”, ha aggiunto. Rajoelina ha poi specificato che il farmaco verrà inizialmente utilizzato nella profilassi, ovvero nella prevenzione, ma le osservazioni cliniche hanno mostrato una certa tendenza verso la sua efficacia anche in termini curativi. Nonostante le affermazioni del presidente, la comunità scientifica continua ad affermare che attualmente non esiste una cura per il nuovo coronavirus e che qualsiasi formula sperimentale dovrebbe essere rigorosamente testata, prima di essere immessa sul mercato, per vedere se è sicura ed efficace. Al 22 aprile, le statistiche sui casi del Madagascar registrano 121 persone contagiate, di cui 44 guarite, e nessun morto.

Intanto, nel continente i numeri continuano a salire. Le persone contagiate hanno superato quota 24.600, mentre le vittime sono circa 1.190 e i guariti più di 6.416. La maggior parte dei casi continua ad essere registrata, per il momento, nella regione del Nord Africa. Il Marocco conta, allo stato attuale, 3.209 casi, l’Algeria 2.811, la Tunisia 901, l’Egitto 3.490 e la Libia 59. I casi nell’Africa subsahariana, invece, risultano ad oggi i seguenti: 412 in Senegal, 10 in Gambia, 622 in Guinea, 50 in Guinea-Bissau, 258 in Mali, 500 in Burkina Faso, 68 a Capo Verde, 101 in Liberia, 916 in Costa d’Avorio, 1.042 in Ghana, 86 in Togo, 54 in Benin, 657 in Nigeria, 1.163 in Camerun, 83 in Guinea Equatoriale, 156 in Gabon, 165 in Repubblica del Congo, 14 in Repubblica Centrafricana, 350 in Repubblica Democratica del Congo, 16 in Namibia, 3.465 in Sudafrica, 31 in Eswatini, 70 in Zambia, 150 in Ruanda, 11 in Burundi, 254 in Tanzania, 296 in Kenya, 286 in Somalia, 114 in Etiopia, 945 in Gibuti, 140 in Sudan, 4 in Sud Sudan, 328 nelle Mauritius, 121 in Madagascar, 33 in Ciad, 657 in Niger, 24 in Angola, 28 in Zimbabwe, 39 in Mozambico, 61 in Uganda, 39 in Eritrea, 50 in Sierra Leone, 20 in Botswana, 17 in Malawi, 4 a Sao Tome e Principe.

Diverse nazioni africane hanno recentemente imposto divieti di viaggio da e per l’Europa e gli Stati Uniti, vietato le adunanze pubbliche, comprese quelle religiose, dichiarato l’emergenza nazionale, chiuso i confini, imposto il blocco o il coprifuoco. Tuttavia, gli esperti affermano che gli abitanti del continente non hanno ancora preso abbastanza sul serio la minaccia del virus. Se i presidenti africani hanno avviato misure rigorose per cercare di impedirne la diffusione, la popolazione civile sembra ancora ignara della reale portata del fenomeno. “Questo è il pericolo di cui sono preoccupato. Non vogliamo ripetere ciò che è accaduto in Cina”, ha dichiarato Oyewale Tomori, professore di virologia ed ex presidente dell’Accademia di Scienze nigeriana.

Ciò che spaventa di più è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili 

di Redazione

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