Camerun: arrestati 3 soldati responsabili di una “strage di civili”

Pubblicato il 22 aprile 2020 alle 12:01 in Africa Camerun

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Il governo del Camerun ha ammesso che tre membri delle forze armate risultano coinvolti nell’uccisione di 13 civili, di cui 10 bambini, commessa a febbraio nell’area anglofona del Paese. Fino ad oggi le autorità avevano negato qualsiasi responsabilità nella strage. Il massacro del 14 febbraio, avvenuto nel villaggio di Ntumbo, nella regione nordoccidentale del Paese, ha causato complessivamente la morte di 23 persone, secondo le dichiarazioni delle Nazioni Unite, che lo hanno definito “uno degli episodi più scioccanti della crisi che ha colpito il Paese negli ultimi tre anni”. Tra le vittime, 9 bambini avevano meno di cinque anni e 2 donne erano in gravidanza.

In una dichiarazione pubblica, trasmessa mercoledì 22 aprile dalla radio di stato, l’ufficio del presidente camerunese Paul Biya ha riferito che tre soldati e un gruppo di agenti di sicurezza locali hanno fatto irruzione in una base separatista, uccidendo 5 persone, prima di “scoprire che anche 3 donne e 10 bambini erano rimasti uccisi nello scontro a fuoco. Presi dal panico, i tre soldati, aiutati da alcuni membri del corpo di sicurezza, hanno cercato di nascondere l’incidente dando fuoco agli edifici”, ha dichiarato la nota presidenziale, sottolineando che i soldati sono stati di conseguenza arrestati

L’esercito del Camerun aveva inizialmente parlato dellavvenimento come di uno “sfortunato incidente”, causato da un’esplosione di carburante durante lo scontro a fuoco. Il colonnello Cyrille Atonfack Guemo aveva affermato che lo scontro con i separatisti anglofoni, da cui sarebbe nato improvvisamente lo scoppio, aveva provocato vittime civili ma era servito anche a “neutralizzare alcuni terroristi”. “I civili coinvolti sono stati il risultato collaterale delle operazioni di sicurezza nella regione”, aveva dichiarato Atonfack in una nota, il 17 febbraio. Anche il capo di stato maggiore della difesa, il tenente generale René Claude Meke, aveva dichiarato che l’esercito era stato professionale nella sua lotta contro i separatisti.

Nonostante la posizione delle autorità, a febbraio, uno dei principali partiti dellopposizione del Paese, il Movimento per la rinascita del Camerun (MRC), aveva rilasciato una dichiarazione in cui affermava che il regime dittatoriale e il capo supremo delle forze di sicurezza e di difesa del Camerun erano i principali responsabili dei crimini. Anche una figura di spicco del movimento separatista, l’avvocato Agbor Mballa, aveva accusato delle violenze, tramite un post su Facebook, “le forze di Difesa dello Stato”. In seguito alle accuse e anche su pressione della Francia, il presidente aveva deciso di istituire una commissione d’inchiesta per indagare sugli omicidi.

Le radici della divisione linguistica nello Stato africano risalgono alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando la Società delle Nazioni decise di spartire il Camerun, ex colonia tedesca, tra i vincitori inglesi e francesi. Quando la Repubblica del Camerun ottenne l’indipendenza dalla Francia nel 1960, il Camerun del sud, sotto la dominazione inglese, si unì ad essa. Tuttavia, le politiche delle autorità centrali hanno sempre pesato sulla minoranza anglofona, che costituisce circa il 20% della popolazione e si sente emarginata culturalmente ed economicamente. La crisi è iniziata in maniera dirompente nel novembre 2016, quando le milizie separatiste delle regioni nord e sudoccidentali del Paese hanno cominciato a scontrarsi con l’esercito camerunense per la costituzione di uno Stato autonomo con il nome di Ambazonia. 

Dopo oltre due anni di conflitto e sotto la pressione della comunità internazionale, il governo di Yaoundé ha deciso, alla fine di settembre, di organizzare un dialogo nazionale per risolvere la crisi. L’adozione alla Camera del progetto di legge sullo status speciale ha costretto i leader indipendentisti a boicottare l’incontro, ritenuto inadeguato e incapace di soddisfare le reali esigenze della popolazione anglofona. La proposta risulta lontana sia dalle aspirazioni dei più moderati, che puntano al federalismo, sia da quelle degli indipendentisti armati. Tuttavia, ha suscitato in molti la speranza di riuscire a fare un passo in avanti per risolvere la crisi dopo circa due anni di disimpegno. Molte organizzazioni non governative continuano però a sottolineare che i combattimenti nel Paese non sono cessati e che le violenze contro i civili sono ancora diffuse. 

Il 10 febbraio 2020 si sono tenute nel Paese elezioni parlamentari e comunali, ma il voto è stato segnato da un parziale boicottaggio delle opposizioni e da un clima di profonda tensione dovuto alle violenze separatiste. I risultati non sono ancora stati emessi e si attendono notizie.

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Chiara Gentili 

di Redazione

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