Marocco: un’intera prigione diventa un hotspot per il coronavirus

Pubblicato il 21 aprile 2020 alle 18:30 in Africa Marocco

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Almeno 68 persone, per lo più membri del personale, sono state colpite dal coronavirus in una prigione della città marocchina meridionale di Ouarzazate, secondo quanto riferito dalle autorità carcerarie, che hanno omesso il numero dei decessi. Nella struttura di Ouarzazate, almeno 6 detenuti avevano contratto il virus, a inizio mese, ma nessuna particolare misura precauzionale era stata adottata. In base a quanto stabilito da una dichiarazione della Delegazione Generale per l’amministrazione e la riabilitazione delle prigioni, rilasciata lunedì 20 aprile, tutta la popolazione carceraria verrà sottoposta al test data lincontrollata esplosione di casi. Lo staff e i prigionieri infetti dovranno seguire tutti i trattamenti e le accortezze suggerite dalle autorità sanitarie. Coloro che invece risulteranno negativi saranno messi in quarantena e dovranno adeguarsi alle dovute misure di prevenzione.

A livello generale, il governo di Rabat aveva disposto, il 6 aprile, la scarcerazione di circa 5.645 prigionieri, molti dei quali versavano in cattive condizioni di salute. La mossa sarebbe servita a ridurre il rischio di contagio nelle prigioni, dove il distanziamento sociale è impossibile da rispettare e le condizioni igieniche sono piuttosto precarie.

Ad oggi, il Marocco ha confermato circa 3.186 casi di coronavirus, inclusi 144 decessi. Ha imposto un blocco nazionale fino al 20 maggio e ha reso obbligatorio l’uso delle mascherinefuori casa. Il primo ministro, Saâdeddine El Othmani, ha dichiarato, martedì 21 aprile, che l’aumento dei contagi, nonostante settimane di restrizioni e blocchi, è dovuto alla trasmissione all’interno delle famiglie, delle fabbriche e dei centri commerciali, dove rimangono aperti i supermercati. Le misure di blocco impongono ai cittadini di uscire solo per attività essenziali. Scuole, moschee, negozi e tutti i luoghi di intrattenimento sono stati chiusi.

L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha affermato il mese scorso che tutti i Paesi dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di rilasciare i detenuti anziani e i criminali a basso rischio. Alcuni Stati, tra cui Iran, Afghanistan, Indonesia, Canada e Germania hanno già liberato migliaia di prigionieri per ridurre il rischio di un grave focolaio nelle carceri. Misure simili sono state prese in Gran Bretagna, Polonia e Italia, con le autorità incaricate che monitorano da vicino quelli che vengono rilasciati per assicurarsi che non aumentino le attività criminali o i disordini sociali in un momento di disagio nazionale. Ma mentre tali misure sono possibili nei Paesi più sviluppati, la sfida diventa più seria in altre parti del mondo. In Iran, dove circa 190.000 persone sono incarcerate, il governo ha annunciato che rilascerà temporaneamente 85.000 prigionieri, mentre a 10.000 di loro è stata concessa la grazia.  

“Il covid-19 ha iniziato a colpire le carceri, le prigioni e i centri di detenzione per gli immigrati, nonché case di cura e ospedali psichiatrici, e rischia di scatenarsi tra le popolazioni più vulnerabili”, ha affermato Bachelet. “Le autorità dovrebbero esaminare i modi per liberare coloro che sono particolarmente vulnerabili al virus, tra cui i detenuti più anziani e quelli che sono malati, nonché i trasgressori di basso profilo”, ha aggiunto la commissaria, sottolineando che le strutture di detenzione di molti Paesi sono gravemente sovraffollate, il che rende i prigionieri e il personale delle carceri particolarmente vulnerabili all’infezione. “Le persone sono spesso trattenute in condizioni estremamente antigieniche e i servizi sanitari sono inadeguati o addirittura inesistenti. Il distanziamento fisico e l’autoisolamento in tali condizioni sono praticamente impossibili”, ha osservato.

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Chiara Gentili

di Redazione

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