Mali: elettori votano per il secondo turno delle elezioni legislative

Pubblicato il 20 aprile 2020 alle 12:13 in Africa Mali

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In Mali, nonostante lepidemia di coronavirus e le minacce alla sicurezza, gli elettori si sono recati alle urne, domenica 19 aprile, per il secondo turno delle elezioni legislative. Il voto implica, per la prima volta dal 2013, l’elezione di nuovi parlamentari all’interno dell’Assemblea nazionale, composta da 147 seggi. A quel tempo, il partito dell’attuale presidente, Ibrahim Boubacar Keita, aveva guadagnato una maggioranza sostanziale. Nuove votazioni si sarebbero dovute tenere verso la fine del 2018, a seguito della rielezione di Keita, ma sono state rinviate più volte, in gran parte a causa di problemi di sicurezza. 

Il primo turno di votazioni, rinviato da tempo, si è tenuto lo scorso 29 marzo. Nonostante la presenza di 1.600 osservatori elettorali indipendenti, non sono mancati attacchi e intimidazioni, incluso il rapimento del leader dell’opposizione, Soumaila Cisse. Atti di aggressione sono stati segnalati anche nella seconda tornata elettorale, quella di domenica. “Ho paura. Ho dovuto nascondermi per visitare i miei elettori”, ha riferito al quotidiano Al Jazeera, Hamadoune Dicko, candidato parlamentare per il partito Alleanza democratica per la pace. “Se riescono a rapire il leader dell’opposizione per 21 giorni, potrebbero rapire perfino un presidente o sequestrare chiunque vogliono”, ha aggiunto Dicko.

Nel Mali centrale, gli affiliati di al-Qaeda hanno chiesto alle persone di non votare. Il presidente di una stazione elettorale è stato rimosso con la forza e i rappresentanti della commissione elettorale “cacciati da uomini armati”, secondo quanto riferito da un funzionario maliano allagenzia di stampa francese Agence France Presse. Altrove, il voto è stato cancellato dopo che i combattenti hanno minacciato di attaccare gli elettori, hanno reso noto i giornalisti. L’affluenza al primo turno elettorale è stata in media del 35,6%, con il 12,9% registrato nella capitale, Bamako. Si attendono i dati del secondo turno.

Il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area posta a Sud del Sahara. Eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo in questa regione e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali e i loro partner internazionali, che hanno lottato a lungo per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale. Nell’area è stata inaugurata ufficialmente, il 29 marzo, una nuova task force, chiamata Takuba, per coordinare gli sforzi regionali nella lotta al terrorismo. La Francia, insieme ad altri 13 Paesi europei, collaborerà con gli eserciti del Mali e del Niger per assistere le forze locali nella lotta contro i gruppi armati, integrando le operazioni compiute dalla missione francese Barkhane e dalla forza congiunta del G5 Sahel, composta da truppe provenienti dal Burkina Faso, dal Ciad, dal Mali, dalla Mauritania e dal Niger. La nuova missione opererà nella regione di Liptako, un’area compresa tra il Burkina Faso, il Niger e il Mali, secondo quanto si apprende dalla dichiarazione. Liptako è nota per essere una roccaforte dei combattenti dell’Isis nella regione del Sahel.

Oltre allo Stato Islamico, in Mali sono attivi diversi gruppi estremisti violenti, di matrice islamista, come il suddetto Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), ma anche al-Qaeda nel Magreb islamico (AQIM), Ansar al-Dine (AAD), e il Macina Liberation Front. Questi operano perlopiù nelle zone aride del Mali centrale e settentrionale, utilizzandole come base da cui partire per lanciare attacchi contro soldati e civili attraverso il vicino Burkina Faso, il Niger e oltre.

Dopo le ultime elezioni legislative, si spera che il nuovo Parlamento attui le dovute riforme previste da un accordo di pace negoziato ad Algeri, nel 2015, tra il governo di Bamako e diversi gruppi armati. L’attuazione delle riforme procede lentamente, anche se quest’anno l’esercito maliano è riuscito a dispiegare nel Paese alcune unità composte sia da ex ribelli sia da militari regolari, come previsto da una delle disposizioni dell’accordo di Algeri. Il patto prevede anche il decentramento della governance, come richiesto da alcuni gruppi ribelli.

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Chiara Gentili

di Redazione

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