L’Italia e la crisi degli eurobond

Pubblicato il 14 aprile 2020 alle 7:03 in Il commento Italia

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Il coronavirus sta provocando nuove tensioni tra i principali Paesi europei e anche tra i partiti italiani. L’Italia vorrebbe immettere molta liquidità nel proprio sistema economico, mentre la Germania preferisce gestire l’emergenza con i soldi di cui già dispone e poco più. La ragione di questa differenza non è etico-politica. La presunta severità dei tedeschi, il loro essere rigidi, rigorosi e fedeli agli impegni, non ha molto a che vedere con quello che sta accadendo. La Germania è molto più ricca dell’Italia e vuole affrontare la crisi economica di oggi in modo da evitare una crisi più grande domani. È una dinamica che accompagna l’uomo da sempre: da una parte, i subalterni, che mettono in discussione il sistema, sperando di cambiarlo per migliorare la propria posizione; dall’altra, i dominanti, con le braccia distese a risospingere gli scalatori e rimanere soli in vetta. Tutte le economie declineranno, ma l’importante – pensa Angela Merkel – è che le distanze rimangano invariate tra la Germania e gli altri Stati dell’Unione Europea. Una cosa è arretrare tutti, conservando le medesime distanze; altra cosa è tornare tutti insieme ai nastri di partenza. La regola del distanziamento vale anche per gli Stati. C’è il distanziamento sociale, tra i cittadini, e il distanziamento politico, tra gli Stati, che non usano i guanti: va bene produrre più mascherine, ma tenendo le debite distanze, dicono i tedeschi.

Gli italiani lodano la solidarietà e condannano l’austerità; i tedeschi lodano l’austerità e condannano la solidarietà, se implica che debbano farsi carico dei debiti altrui. Che il carattere nazionale c’entri poco con la posizione tedesca è facile da dimostrare. In primo luogo, la dinamica attuale Italia-Germania, fatte salve le eccezioni, caratterizza le relazioni tra gli Stati da secoli: chi governa il sistema non vuole cambiarlo; chi lo subisce vorrebbe riformarlo o addirittura rovesciarlo. Con riferimento all’Unione Europea, la metafora degli Stati “schiavi” e degli Stati “padroni” è demagogica. È però vero che la struttura delle relazioni internazionali stabilisce che alcuni Stati guidino e altri seguano. Il carattere tedesco c’entra poco con il rifiuto degli eurobond anche per un’altra ragione. Durante la crisi economica tra le due guerre, i tedeschi erano rabbiosi per il modo in cui era stata organizzata l’Europa e ambivano a rovesciare l’ordine esistente, in cui erano subalterni. Quando Hitler promise di venire meno a tutti gli impegni, i tedeschi smisero di essere ligi alle regole e fecero i rivoluzionari contro la Francia e l’Inghilterra, gli Stati dominanti. I tedeschi sono come gli italiani, per lo meno nell’arena internazionale. I loro comportamenti sono mossi principalmente dal desiderio di acquisire quote di potere mondiale sempre più grandi e non di ricevere un applauso perché hanno fatto bene i compiti. Gli Stati non ambiscono a essere rispettati perché sono bravi, ma perché sono forti. Non ricercano la bravura; ricercano la potenza.

Questa descrizione sembra non lasciare vie d’uscita: conservare o rovesciare. Ma la dinamica del conflitto non è così semplice, altrimenti il mondo sarebbe sempre in fiamme. Molti Stati non possono rovesciare. Se, infatti, i subalterni giocassero la carta della ribellione, verrebbero contrattaccati dai dominanti e la loro posizione diventerebbe più subalterna di quella di partenza. In simili condizioni, l’unica via d’uscita è nelle alleanze. Gli italiani si sono trovati a scegliere tra tre differenti strategie. La prima è stata quella di essere alleati di Francia e Germania in modo da essere il terzo Stato più importante d’Europa, soprattutto in vista della fuoriuscita del Regno Unito. Sulla carta, era la strategia migliore, ma, come insegna Mike Tyson, ogni uomo ha una strategia finché non prende un pugno in bocca e il coronavirus ha tramortito l’Italia al primo round.

La seconda strategia, ovvero la minaccia di rovesciare il sistema uscendo dall’euro, è fallita sotto la guida di Salvini e il primo Di Maio. La terza strategia non è mai stata tentata: avviare un’offensiva diplomatica per conquistare la guida degli Stati subalterni e creare una situazione in cui la Germania abbia più incentivi a riformare che a conservare. Il problema è che una simile strategia non può essere improvvisata in poche ore. Implica anni di lavoro e richiede il consenso tra tutti i partiti, che per ora litigano.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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