Etiopia: dichiarato stato di emergenza per 5 mesi

Pubblicato il 11 aprile 2020 alle 7:05 in Africa Etiopia

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Il Parlamento etiope ha approvato uno stato di emergenza nazionale, venerdì 10 aprile, della durata di 5 mesi. La misura si iscrive nellambito delle iniziative adottate per far fronte allepidemia di coronavirus. Il Consiglio dei ministri, guidato dal premier Abiy Ahmed, aveva avanzato la proposta con lobiettivo di controllare la diffusione del COVID-19 e ridurne l’impatto sul Paese. In Etiopia, al momento, sono stati confermati circa 65 casi, inclusi quattro sono guariti e due morti.

Il procuratore generale, Abiebie Adanech, ha reso noto che lo stato di emergenza (SOE) sarà supervisionato dal Consiglio dei ministri e dai sottocomitati ministeriali, che verranno istituiti in seguito. I precedenti stati di emergenza nazionale erano supervisionati dalle postazioni di comando dellesercito etiope (CP), spesso accusate di gravi abusi dei diritti, compresi arresti mirati e uso eccessivo della forza contro le persone che si ritenevano colpevoli di aver violato gli ordini.

Intanto, nel continente i numeri continuano a salire. La maggior parte dei casi continua ad essere registrata, per il momento, nella regione del Nord Africa. Il Marocco conta, allo stato attuale, 1.375 casi, l’Algeria 1.667, la Tunisia 643, l’Egitto 1.700 e la Libia 24. I casi nell’Africa subsahariana, invece, risultano ad oggi i seguenti: 7 in Mauritania, 254 in Senegal, 4 in Gambia, 194 in Guinea, 36 in Guinea-Bissau, 74 in Mali, 443 in Burkina Faso, 7 a Capo Verde, 31 in Liberia, 444 in Costa d’Avorio, 378 in Ghana, 73 in Togo, 26 in Benin, 288 in Nigeria, 803 in Camerun, 18 in Guinea Equatoriale, 44 in Gabon, 60 in Repubblica del Congo, 8 in Repubblica Centrafricana, 215 in Repubblica Democratica del Congo, 16 in Namibia, 1.934 in Sudafrica, 12 in Eswatini, 39 in Zambia, 113 in Ruanda, 3 in Burundi, 25 in Tanzania, 184 in Kenya, 12 in Somalia, 57 in Etiopia, 140 in Gibuti, 16 in Sudan, 3 in Sud Sudan, 314 nelle Mauritius, 93 in Madagascar, 11 in Ciad, 410 in Niger, 19 in Angola, 11 in Zimbabwe, 17 in Mozambico, 53 in Uganda, 33 in Eritrea, 7 in Sierra Leone, 13 in Botswana, 8 in Malawi, 4 a Sao Tome e Principe.

Diverse nazioni africane hanno recentemente imposto divieti di viaggio da e per l’Europa e gli Stati Uniti, vietato le adunanze pubbliche, comprese quelle religiose, dichiarato l’emergenza nazionale, chiuso i confini, imposto il blocco o il coprifuoco. Tuttavia, gli esperti affermano che gli abitanti del continente non hanno ancora preso abbastanza sul serio la minaccia del virus. Se i presidenti africani hanno avviato misure rigorose per cercare di impedirne la diffusione, la popolazione civile sembra ancora ignara della reale portata del fenomeno. “Questo è il pericolo di cui sono preoccupato. Non vogliamo ripetere ciò che è accaduto in Cina”, ha dichiarato Oyewale Tomori, professore di virologia ed ex presidente dell’Accademia di Scienze nigeriana.

Ciò che spaventa di più è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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