OPEC+: accordo sul taglio della produzione petrolifera, 10 milioni di barili in meno

Pubblicato il 10 aprile 2020 alle 10:17 in Arabia Saudita Russia

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Nel corso dell’incontro tenutosi da remoto il 9 aprile, i 14 membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) e gli altri 10 membri esterni hanno raggiunto un accordo che prevede la riduzione della produzione petrolifera di 10 milioni di barili al giorno per i mesi di maggio e giugno prossimi. Si tratta di una misura volta a risollevare il mercato petrolifero e a portare ad un aumento dei prezzi del petrolio, a seguito del calo causato dalla pandemia di coronavirus.

La diffusione della pandemia di coronavirus a livello mondiale ha causato un rallentamento dell’attività economica a livello globale, determinando un calo nella domanda di petrolio e un conseguente declino dei prezzi. In particolare, si è passati da un costo di 65 dollari al barile alla fine del 2019 ai circa 35 dollari al barile attuali. Per far fronte a tale problematica, i Paesi facenti parte dell’accordo OPEC+ hanno proposto un taglio alla produzione a livello globale.

In particolare, secondo quanto affermato in una dichiarazione del gruppo OPEC+, la produzione sarà ulteriormente ridotta di 8 milioni di barili tra luglio e dicembre, e subirà un altro taglio da gennaio 2021 ad aprile 2022, pari a 6 milioni di barili. Tuttavia, non sono state definite le condizioni per quei Paesi che non fanno parte dell’accordo. Si prevede che il 10 giugno prossimo si terrà una nuova videoconferenza, volta a valutare i valori di mercato raggiunti.

Riad è il maggior produttore tra i paesi OPEC, mentre Mosca rappresenta uno dei principali attori non OPEC. Questi ultimi sono stati al centro della cosiddetta “guerra dei prezzi del petrolio”, scoppiata nelle ultime settimane proprio a fronte delle difficoltà del mercato petrolifero, suscitando preoccupazioni a livello internazionale. Tuttavia, l’incontro del 9 aprile ha portato ad un primo superamento delle divergenze anche tra Russia e Arabia Saudita. Entrambi si sono impegnati a ridurre la produzione petrolifera di 2.5 milioni di barili al giorno, pari ad una diminuzione de 23%. 

A non aver dato ancora il proprio consenso alla “Dichiarazione di Cooperazione”, redatta a seguito del meeting, vi è il Messico, la cui adesione è necessaria per il completo raggiungimento dell’accordo. Da un lato, la segretaria dell’Energia messicana, Rocío Nahle, a margine dell’incontro, ha dichiarato in un tweet che il proprio Paese sarebbe stato disposto a ridurre la produzione petrolifera di 100.000 barili al giorno per i prossimi due mesi, passando da 1.781 milioni di barili di marzo 2020 a 1.681. Dall’altro lato, i ministri del patto OPEC+ hanno provato a convincere il Messico ad attuare tagli di 400.000 barili, sulla base dei livelli di produzione di ottobre 2018.

Da parte sua, il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman al-Saud, si è detto speranzoso circa gli altri Paesi come Stati Uniti, Canada e Brasile, affinchè si uniscano agli sforzi di OPEC+ volti a stabilizzare il mercato petrolifero. Circa il Messico, il ministro ha specificato come l’accordo raggiunto il 9 aprile vada a beneficio di tutto il mondo, e, pertanto, spera che anche tale Paese possa rendersene conto.

Il segretario generale dell’OPEC, Mohammad Barkindo, ha definito il coronavirus una “bestia invisibile” che ha creato prospettive “terrificanti” per quanto riguarda la domanda e l’offerta dell’industria petrolifera. Uno scenario che, per Barkindo, non si era mai visto prima. Poco dopo l’inizio dell’incontro del 9 aprile, il greggio Brent ad un certo punto è salito a un massimo di $36,40 al barile.

Tuttavia, resta ancora ignota la posizione di Washington, la quale, fino ad ora, non si è impegnata in alcun taglio. I suoi indici di produzione hanno superato Russia ed Arabia Saudita, ma, secondo quanto rivelato dagli Stati Uniti, anche qui la produzione è diminuita ed i prezzi sono calati e si prevede che, entro il 2021, si assisterà ad un calo della produzione di circa 2 milioni di barili. A detta di un ricercatore della Rice University, Jim Krane, il motivo della guerra dei prezzi del petrolio potrebbe continuare ad essere il “freeride dello scisto statunitense”, a discapito dei sacrifici dell’OPEC. “Una volta che la pandemia si attenuerà, se vedremo lo scisto tornare ai suoi vecchi modi, ovvero afferrare la propria quota di mercato mentre altri tagliano, i sauditi avranno un motivo per lanciare un’altra guerra dei prezzi” sono state le parole di Krane.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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