Messico: polemiche tra governo e industriali sulle misure anti-coronavirus

Pubblicato il 10 aprile 2020 alle 12:41 in America Latina Messico

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Le conseguenze della crisi economica causata dalla covid-19 stanno cominciando a farsi sentire in Messico. Le autorità hanno riferito mercoledì 8 aprile la perdita di 346.800 posti di lavoro tra il 13 marzo e il 6 aprile. I lavori distrutti in queste due settimane rappresentano più del lavoro creato nel 2019 (342.077 posti di lavoro), il primo anno del governo di Andrés Manuel López Obrador. La cifra aggiunge ulteriori dubbi all’obiettivo fissato domenica 5 aprile dal presidente in un piano di ripresa economica, molto criticato che promette di creare due milioni di posti di lavoro entro la fine del 2020, un anno in cui l’economia nazionale si contrarrà. Da allora, le relazioni del governo con gli uomini d’affari sono state tese e nel clima c’è un’atmosfera di rottura tra le parti.

Luisa María Alcalde, ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, ha ammesso che quasi 150.000 lavoratori sono entrati nelle liste della disoccupazione nei primi sei giorni di aprile. Le micro-imprese, che hanno tra uno e cinque dipendenti, sono quelle che hanno resistito meglio al complesso panorama che il Covid-19 ha disegnato per l’economia. Le aziende con dai 50 ai 1.000 lavoratori sono quelle che hanno maggiormente licenziato. “Quelle aziende che hanno una maggiore capacità di resistenza sono le prime ad aver separato i lavoratori di fronte a questa emergenza” – ha annunciato Alcalde, che ha ricordato che non vi è alcuna “base giuridica” per i licenziamenti durante la contingenza.

Alcune di queste aziende costrette a ridurre il proprio personale si occupano di costruzioni, servizi e negozi. Anche le imprese del settore turistico hanno subito un duro colpo, secondo le informazioni rivelate dal Ministero del Lavoro. 21 società registrate nello stato di Quintana Roo, sulla costa caraibica messicana, hanno ridotto notevolmente la loro forza lavoro in questi giorni. Tra questi ci sono il famoso parco Xcaret, che ha licenziato 699 dipendenti, e il Palazzo Maya, un comodo resort per turisti stranieri della Riviera Maya, che ha licenziato 2.390 persone. Il Gruppo Posadas, che controlla 120 hotel in tutto il paese, ha licenziato 1.021 lavoratori. Il Gruppo Coppel, con sede nello stato settentrionale di Sinaloa, ha tagliato 1.146 posti di lavoro nella sua rete di oltre 1.000 grandi magazzini.

López Obrador ha presentato domenica 5 aprile il programma economico con cui intende affrontare la congiuntura. Prevede supporto sociale per diversi mesi a otto milioni di anziani e il lancio di un milione di microcrediti per un massimo di 25.000 pesos, poco più di 1.000 euro. Il programma non prevede aiuti le grandi aziende.

Gli imprenditori chiedono interventi. Martedì 7 aprile, Carlos Salazar Lomelín, del Consiglio Coordinato delle Imprese (CCE) ha detto ai suoi partner che sperava che la realtà avrebbe spinto il presidente a reagire. “Dobbiamo essere ascoltati” – ha detto a una dozzina di dirigenti della confindustria messicana in teleconferenza. “Se il calo del PIL raggiunge il 10% e un milione di disoccupati, l’unico responsabile è colui che ha chiuso la porta” – ha aggiunto, riferendosi al rifiuto di López Obrador alla proposta di differire il pagamento delle tasse.

López Obrador, tuttavia, ha escluso una rottura: “semplicemente non siamo d’accordo con il piano di salvataggio che stanno proponendo, perché crediamo che dobbiamo prima occuparci dei più bisognosi”. Il presidente, inoltre, ha contrattaccato questa mattina chiedendo a 15 grandi aziende di pagare debiti fiscali per oltre 50 miliardi di pesos, circa 2 miliardi di euro e ha ricordato che lunedì il suo piano aveva il sostegno di tre degli uomini più ricchi del paese: Carlos Slim, Alberto Bailleres e Germán Larrea.

La pressione delle imprese, tuttavia, è in aumento. Gli industriali di Monterrey hanno anche chiesto al presidente in un lungo incontro di tre ore un piano concreto di zero licenziamenti e zero chiusure aziendali. Per questo, è essenziale che il governo inietti liquidità, come hanno fatto gli Stati Uniti, che ha dedicato il 15% del suo PIL agli stimoli. La Germania è andata oltre, con il 20%. López Obrador ha investito circa il 2%, un importo che i datori di lavoro ritengono insufficiente.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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