Lo Yemen il giorno dopo il cessate il fuoco: raid sauditi e coronavirus

Pubblicato il 10 aprile 2020 alle 15:20 in Medio Oriente Yemen

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Sebbene la coalizione a guida saudita, impegnata nel conflitto yemenita a sostegno del governo legittimo, abbia annunciato un cessate il fuoco a partire dal 9 aprile, fonti mediatiche dei ribelli sciiti Houthi hanno reso noto, il 10 aprile, che le forze saudite-emiratine hanno condotto 8 raid aerei nel Nord dello Yemen. Parallelamente, il Paese ha registrato il primo contagio da Covid-19.

Secondo quanto riporta al-Jazeera, sulla base delle fonti Houthi e della loro emittente al-Masira, gli ultimi attacchi da parte della coalizione hanno interessato i governatorati settentrionali di al-Jawf e Hajja. Nello specifico, 6 raid hanno colpito il distretto di Harad, presso Hajja, collegato attraverso canali terrestri con i territori sauditi. Il bersaglio degli altri due attacchi, invece, è stato rappresentato da Khub ed al-Sha’af, due dei maggiori distretti di al-Jawf. Tuttavia, non è stato precisato se tale offensiva abbia causato perdite umane o danni materiali, né vi sono stati commenti da parte saudita.

Un membro Houthi dell’ufficio politico, Muhammad al-Bakhiti, ha rivelato ai microfoni di al-Jazeera che la coalizione continua a condurre le proprie operazioni via terra e via aerea presso ‘Asir e al-Jawf, ed ha parlato di una “grande escalation terrestre”. Secondo al-Bakhiti, l’obiettivo dell’alleanza a guida saudita nel dichiarare la tregua era semplicemente ridurre le pressioni contro gli Houthi e “mescolare le carte in tavola”. Da parte loro, è stato specificato, i ribelli Houthi non hanno condotto alcun attacco dal 9 aprile e si sono limitati a monitorare la situazione.

L’8 aprile, il portavoce della coalizione emiratino-saudita, Turki al-Maliki, aveva annunciato il cessate il fuoco dalla durata di due settimane, a partire dalle ore 12:00 del giorno successivo. Questo giungeva in risposta all’invito della comunità internazionale e delle Nazioni Unite, le quali avevano esortato le parti impegnate nel conflitto a deporre le armi con l’obiettivo principale di far fronte alla pandemia di coronavirus. Inoltre, secondo quanto riportato dal portavoce, tale tregua mirava altresì a creare le condizioni necessarie per organizzare un incontro tra il governo legittimo, gli Houthi e una squadra militare della coalizione, volto a discutere delle proposte relative a operazioni e meccanismi che potessero portare ad una tregua inclusiva e permanente e ad una risoluzione politica in Yemen.

Il governo yemenita e diversi Paesi sia arabi sia occidentali hanno accolto con favore l’iniziativa della coalizione, mentre gli Houthi l’hanno considerata una mera “manovra” che non avrebbe avuto successo se non accompagnata dalla revoca dell’assedio. Da parte sua, il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan al-Saud, ha invitato i ribelli a cogliere l’occasione e a beneficiare dell’opportunità offerta dalla tregua, oltre a dirsi speranzoso circa un segnale positivo da parte degli Houthi, nell’interesse dell’intera popolazione yemenita.

Nel frattempo, il 10 aprile, il Covid-19 ha colpito il primo cittadino yemenita. Si tratta di un uomo residente nella provincia meridionale di Hadramawt, posta sotto il controllo del governo legittimo yemenita. Le autorità ed il Comitato supremo per la lotta al coronavirus hanno riferito che le condizioni del paziente infetto sono stabili e che sono state messe in atto tutte le misure necessarie a prevenire un’ulteriore diffusione del virus, tra cui un coprifuoco a partire dalla mattina del 10 aprile nelle aree orientali della regione, oltre al rinnovo della chiusura di mercati e moschee. La minaccia posta dalla diffusione del Covid-19 preoccupa il popolo yemenita, vista l’assenza di strutture e risorse adeguate ed un sistema sanitario logorato dal perdurante conflitto. Secondo alcune organizzazioni umanitarie, il Paese rischia una catastrofe.

Da parte loro, già prima del 10 aprile, i leader Houthi avevano garantito all’inviato delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, che avrebbero istituito sale operative nelle diverse aree del Paese, attraverso cui favorire lo scambio di informazioni relative alla diffusione di Covid-19, sebbene fosse stato evidenziato come l’embargo posto nelle aree portuali rappresentasse un ostacolo agli sforzi profusi per arginare la diffusione del virus. Un blocco simile, era stato specificato, impedisce l’arrivo delle attrezzature mediche e dei medicinali necessari. Altro punto fondamentale per gli Houthi è la liberazione dei prigionieri, con il fine di evitare una catastrofe all’interno delle carceri.

Sin dalla metà di gennaio 2020 i governatorati di M’arib, Jawf e Sana’a stanno assistendo ad una nuova violenta escalation. Il primo marzo, i ribelli sono poi riusciti a conquistare la città di Hamz, capoluogo della provincia settentrionale strategica di al-Jawf, costringendo le forze governative a ritirarsi verso Est, e, nello specifico, verso la città desertica di al-Jar, a seguito della seconda grande sconfitta in un mese. Sebbene sia considerato un governatorato povero rispetto alle altre regioni yemenite, al-Jawf rappresenta un luogo di rilevanza strategica, da cui è possibile controllare le cinque province vitali circostanti, tra cui Sana’a da Sud Ovest e Ma’rib da Sud, oltre ad avvicinarsi ai giacimenti petroliferi sauditi a Nord-Est. Pertanto, tale governatorato ha rappresentato una delle conquiste più rilevanti per gli Houthi negli ultimi cinque anni di conflitto.

La perdurante guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione