Libia: l’Onu alla ricerca di un inviato speciale, Washington interviene

Pubblicato il 9 aprile 2020 alle 9:57 in Libia USA e Canada

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Dopo le dimissioni dell’inviato speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salamé, del 2 marzo scorso, le Nazioni Unite sono alla ricerca di un possibile successore, soprattutto dopo che Washington si è opposta alla nomina dell’ex ministro degli Esteri algerino, Ramtane Lamamra.

La notizia è giunta mercoledì 8 aprile. In particolare, secondo quanto rivelato da alcuni diplomatici, il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, è tuttora alla ricerca di una personalità che possa assumere la guida della Missione delle Nazioni Unite in Libia. Il 12 marzo scorso, era stata rivelata la possibile nomina di Lamamra, una figura che aveva trovato ampio consenso all’interno del Consiglio di Sicurezza. Secondo quanto riferito da una fonte diplomatica, da allora gli Stati Uniti hanno cominciato a porre “diverse domande”, nonostante la quasi unanimità e soddisfazione degli altri membri. Pertanto, un funzionario delle Nazioni Unite ha informato il Consiglio di Sicurezza, durante una sessione a porte chiuse sulla Libia dell’8 aprile, che Guterres aveva iniziato a cercare un altro candidato.

Non sono stati riferiti commenti sulle motivazioni del rifiuto degli Stati Uniti. Tuttavia, secondo un’ulteriore fonte diplomatica, la posizione di Washington potrebbe essere stata influenzata dalle pressioni esercitate dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti, sostenitori del generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, i quali considerano Lamamra molto vicino alla fazione opposta, ovvero il governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA). Secondo altri, il motivo dell’obiezione potrebbe, invece, essere fatto risalire alla vicinanza del diplomatico algerino, agli occhi degli USA, con Mosca, accusata di sostenere Haftar attraverso l’invio di mercenari.

Lamamra è un uomo di 67 anni, che ha assunto il mandato al Ministero degli Esteri algerino dal 2013 al 2017. Precedentemente, era stato membro della Commissione per la pace e la sicurezza presso l’Unione Africana, dal 2008 al 2013, trovandosi a svolgere il ruolo di mediatore in diversi conflitti del continente africano, tra cui quello in Liberia. Attualmente, a capo della Missione di sostegno dell’Onu in Libia (UNISMIL) vi è Stephanie Williams, in via temporanea. Tuttavia, sin dal 2018, Williams ha già svolto la mansione di vice rappresentante speciale per le questioni politiche della suddetta missione, ed il suo compito, appena assegnatole, durerà fino a quando non verrà eletto il nuovo successore di Ghassan Salamé, dimessosi il 2 marzo scorso.

Salamé ha rappresentato il sesto inviato Onu della Missione UNISMIL, nonché il secondo di origine libanese, a non essere riuscito a portare la pace in Libia. Ghassan Salamé aveva ricevuto l’incarico il 16 giugno 2017, succedendo al tedesco Martin Kobler. Secondo quanto specificato dallo stesso Salamé, dopo circa tre anni dall’assunzione del mandato, le sue condizioni di salute non gli hanno consentito di continuare a far fronte al forte stress posto dalla missione stessa, viste le difficoltà riscontrate nel raggiungere la pace e la stabilità nel Paese Nordafricano, e nel dialogare con le diverse parti in conflitto. Tuttavia, l’inviato si è detto speranzoso ed ha evidenziato come nel corso degli ultimi due anni siano stati comunque raggiunti dei risultati. In particolare, si è riusciti a riunire le parti libiche, a salvaguardare l’unità del Paese e a frenare le ingerenze esterne. Non da ultimo, è stata organizzata la cosiddetta conferenza di Berlino, il 19 gennaio scorso, da cui sono emersi i tre percorsi da intraprendere per ripristinare pace e stabilità in Libia, ovvero militare, politico ed economico, attraverso la risoluzione 2510. Ciò, è stato affermato, è stato raggiunto nonostante l’opposizione mostrata da alcune parti.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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