Coronavirus, Bolivia: critiche da Human Rights Watch al decreto sulla quarantena

Pubblicato il 9 aprile 2020 alle 13:00 in America Latina Bolivia

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Le misure adottate dal governo provvisorio della Bolivia di fronte alla pandemia di coronavirus hanno suscitato critiche per l’ampio margine di azione lasciato alle autorità per limitare la libertà di espressione. Human Rights Watch (HRW) ha questionato la norma approvata dall’esecutivo di Jeanine Áñez per punire coloro che si oppongono alla quarantena in vigore nel Paese o che disinformano la popolazione. Secondo José Miguel Vivanco, direttore per l’America dell’organizzazione per i diritti umani, “il governo provvisorio della Bolivia sfrutta la pandemia per rivendicare il potere di sanzionare penalmente coloro che pubblicano informazioni che le autorità considerano errate e ciò viola il diritto alla libertà di espressione” .

Le accuse di HRW si riferiscono a un articolo del decreto di quarantena promulgato dalla presidente, che stabilisce che “le persone che incitano a non rispettare questo Decreto Supremo o disinformano o seminano incertezza nella popolazione, saranno soggette a denuncia penale da parte della Commissione per i crimini contro la salute pubblica”. Questi reati possono essere puniti con condanne fino a 10 anni di carcere. Per Human Rights Watch, l’ambiguità della norma potrebbe consentire di commettere abusi contro coloro che criticano il governo per la gestione della crisi.

Finora non ci sono stati arresti per il crimine di disinformazione. Quattro persone sono in prigione, accusate di “sedizione”, per aver organizzato una protesta contro la quarantena il 31 marzo scorso nella città di Riberalta, nel nord del paese. Anche il sindaco del comune indigeno di Patacamaya, che ha autorizzato una festa religiosa in occasione della quale diverse persone hanno contratto il Covid-19, è stato arrestato per aver agito contro la salute collettiva.

Il ministro dell’interno, Arturo Murillo, ha recentemente denunciato l’esistenza di un “piano” per destabilizzare l’esecutivo e ha accusato il Movimento per il socialismo (MAS), il partito dell’ex presidente Evo Morales e la Comunità dei cittadini, la formazione che sostiene la candidatura dell’altro ex presidente Carlos Mesa. I due partiti hanno diffuso video che criticavano la mancanza di informazioni ufficiali su questioni chiave per contenere la pandemia, come il numero di test applicati o il numero di respiratori disponibili per i pazienti.

Tuttavia, l’obiettivo principale dei sospetti e delle accuse del governo è il MAS. È accusato di essere dietro le marce organizzate in alcuni quartieri poveri delle principali città per chiedere cibo e anche di incitare alla protesta centinaia di boliviani che stanno aspettando, al confine con il Cile, il permesso di entrare in Bolivia o che, essendo già entrati nel paese, si trovano in un centro di quarantena nell’area di confine. Questi ultimi hanno denunciato che il luogo in cui si trovano non presenta le condizioni minime di abitabilità. Il MAS ha respinto la responsabilità di queste proteste.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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