Botswana: tutto il Parlamento in quarantena per sospetto coronavirus

Pubblicato il 9 aprile 2020 alle 19:00 in Africa Botswana

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Il presidente del Botwana, Mokgweetsi Masisi, e tutto il Parlamento saranno messi in quarantena per 14 giorni e sottoposti a test per il coronavirus, dopo che un operatore sanitario che ha visitato i parlamentari è risultato positivo. L’uomo aveva verificato le temperature di alcuni legislatori, mercoledì 8 aprile, durante una seduta straordinaria del Parlamento, chiamato a discutere la proposta del presidente di estendere lo stato di emergenza per sei mesi.

Il ministro della Sanità, Lemogang Kwape, ha riferito che l’operatore sanitario si è dimostrato positivo al COVID-19 durante la notte, diventando uno dei 7 nuovi casi confermati nella giornata di giovedì 9 aprile. “L’operatore sanitario non aveva mostrato alcun sintomo ma aveva appena effettuato un test di routine. Sfortunatamente, il risultato è arrivato giovedì dopo essere stata in servizio nella sessione parlamentare di ieri”, ha dichiarato Kwape. Il direttore della sanità pubblica, Malaki Tshipayagae, ha obbligato tutti i legislatori a mettersi in quarantena. Il presidente Masisi è lui stesso un membro del parlamento e ha già dovuto auto-isolarsi a marzo dopo una visita in Namibia.

Intanto, nel continente i numeri continuano a salire. La maggior parte dei casi continua ad essere registrata, per il momento, nella regione del Nord Africa. Il Marocco conta, allo stato attuale, 1.275 casi, l’Algeria 1.572, la Tunisia 628, l’Egitto 1.560 e la Libia 21. I casi nell’Africa subsahariana, invece, risultano ad oggi i seguenti: 6 in Mauritania, 244 in Senegal, 4 in Gambia, 164 in Guinea, 33 in Guinea-Bissau, 59 in Mali, 414 in Burkina Faso, 7 a Capo Verde, 31 in Liberia, 384 in Costa d’Avorio, 313 in Ghana, 70 in Togo, 26 in Benin, 276 in Nigeria, 730 in Camerun, 18 in Guinea Equatoriale, 34 in Gabon, 45 in Repubblica del Congo, 8 in Repubblica Centrafricana, 180 in Repubblica Democratica del Congo, 16 in Namibia, 1.845 in Sudafrica, 12 in Eswatini, 39 in Zambia, 110 in Ruanda, 3 in Burundi, 25 in Tanzania, 179 in Kenya, 12 in Somalia, 55 in Etiopia, 135 in Gibuti, 14 in Sudan, 2 in Sud Sudan, 273 nelle Mauritius, 93 in Madagascar, 10 in Ciad, 342 in Niger, 19 in Angola, 11 in Zimbabwe, 17 in Mozambico, 52 in Uganda, 33 in Eritrea, 6 in Sierra Leone, 5 in Botswana, 7 in Malawi, 4 a Sao Tome e Principe.

Diverse nazioni africane hanno recentemente imposto divieti di viaggio da e per l’Europa e gli Stati Uniti, vietato le adunanze pubbliche, comprese quelle religiose, dichiarato l’emergenza nazionale, chiuso i confini, imposto il blocco o il coprifuoco. Tuttavia, gli esperti affermano che gli abitanti del continente non hanno ancora preso abbastanza sul serio la minaccia del virus. Se i presidenti africani hanno avviato misure rigorose per cercare di impedirne la diffusione, la popolazione civile sembra ancora ignara della reale portata del fenomeno. “Questo è il pericolo di cui sono preoccupato. Non vogliamo ripetere ciò che è accaduto in Cina”, ha dichiarato Oyewale Tomori, professore di virologia ed ex presidente dell’Accademia di Scienze nigeriana.

Ciò che spaventa di più è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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