Arabia Saudita: il coronavirus colpisce la famiglia reale

Pubblicato il 9 aprile 2020 alle 16:57 in Arabia Saudita Medio Oriente

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Il Covid-19, oltre ad aver causato almeno 41 vittime in Arabia Saudita, si è altresì diffuso tra i membri della famiglia reale, dove sono stati registrati almeno 150 casi di contagio.

Questo è quanto riporta al-Jazeera, sulla base di quanto rivelato in un articolo del New York Times dell’8 aprile. In particolare, secondo quanto dichiarato, il 70enne principe saudita Faisal bin Bandar bin Abdulaziz Al Saud, altresì governatore di Riad, è in terapia intensiva, mentre decine di altri membri sono stati contagiati. Non da ultimo, i medici dell’ospedale della famiglia reale hanno preparato 500 posti letto a fronte di un allarme lanciato dai funzionari sanitari, i quali hanno previsto un ulteriore flusso di pazienti della famiglia al-Saud. A tal proposito, è stato altresì richiesto di dimettere i pazienti in cura al momento in tale ospedale, il King Faisal Specialist Hospital, per lasciare spazio ai casi urgenti.

Dei 15.000 membri totali della famiglia saudita, gran parte dei ranghi meno elevati sono stati colpiti dal Covid-19. Come specificato dal quotidiano statunitense, molti hanno viaggiato frequentemente all’estero e in Europa e, secondo alcuni medici, è proprio attraverso tali viaggi che il virus sarebbe potuto arrivare nel Regno. Dal canto loro, il monarca saudita, il re Salman bin Abdulaziz al-Saud, ed il principe ereditario, Mohammed bin Salman, sono in autoisolamento per evitare di contrarre il virus. Il primo si è recato in un palazzo situato su di un’isola del Mar Rosso, nei pressi di Jeddah, mentre il secondo risiede, insieme ad altri ministri, in un luogo isolato posto sulla medesima costa, dove ha promesso di costruire una città futuristica che si chiamerà Neom.

Secondo il New York Times, i casi di infezione all’interno della famiglia reale potrebbero spiegare le misure intraprese dal Regno per frenare la diffusione di Covid-19. Il primo caso è stato registrato il 2 marzo scorso, ma ancor prima Riad aveva attuato restrizioni sui voli diretti verso il Regno, oltre a sospendere i pellegrinaggi verso le città sante di La Mecca e Medina, fino a stabilire il coprifuoco totale in entrambe il 2 aprile scorso. Ciò ha significato ostacolare uno dei cinque pilastri dell’Islam, che deve essere compiuto almeno una volta nella vita da ogni musulmano, a meno che le condizioni di salute o finanziarie glielo impediscano. Ogni anno tale pratica porta in Arabia Saudita circa 2 milioni di pellegrini da tutto il mondo ed era dal 1798, anno dell’invasione di Napoleone in Egitto, che il pellegrinaggio veniva svolto senza interruzioni.

Fino ad ora, in Arabia Saudita il coronavirus ha colpito soprattutto i campi di lavoro e le baraccopoli dei migranti situati nei pressi di La Mecca, Medina e delle altre maggiori città. I lavoratori immigrati, provenienti dal Sud-Est asiatico o da altri Paesi più poveri del mondo arabo, costituiscono circa un terzo della popolazione saudita e spesso vivono in campi affollati alla periferia delle città, terreno fertile per la diffusione del virus. In tale quadro, per sostenere coloro che non riescono ad accedere facilmente ai servizi sanitari, re Salman ha predisposto cure gratuite anche per gli immigrati, a prescindere dal possesso di permesso e residenza.

Al 9 aprile, i casi di contagio nel Regno ammontano a 3.287, di cui 44 decessi e 666 guariti. Tuttavia, secondo il Ministero della Salute saudita, i prossimi giorni potrebbero rivelarsi ben peggiori. A tal proposito, il ministro Tawfiq al-Rabiah, basandosi sui risultati di alcuni studi, ha dichiarato che nelle prossime settimane il Regno potrebbe dover affrontare fino a 200.000 casi di infezione. Il minimo è, invece, di 10.000. Inoltre, ha avvertito al-Rabiah, sebbene il Regno abbia stanziato 7 miliardi di riyal per far fronte all’emergenza, l’aumento dei casi potrebbe raggiungere un livello superiore rispetto alle reali capacità del sistema sanitario del Paese. 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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