Yemen: le ultime conquiste dell’esercito

Pubblicato il 8 aprile 2020 alle 15:34 in Medio Oriente Yemen

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Le forze dell’esercito yemenita hanno annunciato, mercoledì 8 aprile, di essere riuscite a riprendere il controllo dell’accampamento di al-Labanat, situato nel governatorato di al-Jawf, nel Nord-Est dello Yemen, dopo che il giorno precedente erano riuscite ad avanzare anche presso al-Bayda’.

In particolare, l’accampamento è situato ad Est di Hazm, capoluogo della provincia dove i ribelli sciiti Houthi sono riusciti ad entrare il primo marzo scorso, costringendo le forze governative a ritirarsi verso Est, e, nello specifico, verso la città desertica di al-Jar, a seguito della seconda grande sconfitta in un mese.  Sebbene sia considerato un governatorato povero rispetto alle altre regioni yemenite, al-Jawf rappresenta un luogo di rilevanza strategica. Da qui è possibile controllare le cinque province vitali circostanti, tra cui Sana’a da Sud Ovest e Ma’rib da Sud, oltre ad avvicinarsi ai giacimenti petroliferi sauditi a Nord-Est.

La notizia dell’8 aprile è stata riferita dal ministro delle Informazioni yemenita, Muammar Al-Eryani, il quale ha specificato che l’accampamento di al-Labanat e di al-Jadafir sono stati conquistati anche grazie al sostegno delle forze della coalizione a guida saudita. Secondo fonti locali, gli scontri hanno causato altresì la morte di circa 20 combattenti Houthi e diversi feriti.

Il 7 aprile, invece, le forze yemenite hanno dichiarato di aver liberato alcune postazioni strategiche situate presso le aree montuose del governatorato centrale di al-Bayda’. Questo è stato il risultato di due giorni di battaglie che hanno causato la morte di circa 80 ribelli sciiti. Anche in questo caso, è stato specificato, l’esercito è stato supportato dalle forze della coalizione a guida saudita. A seguito delle battaglie, le forze congiunte sono state poi impegnate nelle operazioni di disinnesco delle mine.

La perdurante guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

Attualmente lo Yemen si ritrova al centro di una nuova escalation che continua a minare sia la vita dell’intera popolazione sia gli sforzi profusi a livello internazionale per provare a porre fine alla crisi. In particolare, è del 5 novembre 2019 un accordo considerato inizialmente un segnale positivo verso una possibile risoluzione del conflitto, il cosiddetto accordo di Riad. L’obiettivo principale è stato porre fine alla lotta al potere nel Sud del Paese e ai combattimenti che hanno interessato le aree meridionali dal 7 agosto scorso, quando violenti scontri hanno avuto inizio nella città di Aden, capitale provvisoria e sede governativa, per poi propagarsi in altri distretti e città meridionali. Da un lato, vi erano le guardie presidenziali. Dall’altro, le forze secessioniste, rappresentate dal Consiglio di transizione meridionale. Fin dalla sua ratifica, l’accordo è stato considerato una mossa positiva per riportare la felicità e la pace di cui un tempo godeva lo Yemen, ma l’intensificarsi dei combattimenti, da metà gennaio 2020, presso i governatorati di M’arib, Jawf e Sana’a ha dimostrato il contrario.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione