UE, coronavirus: 15 miliardi di euro per i partner mondiali, priorità all’Africa

Pubblicato il 8 aprile 2020 alle 14:06 in Africa Europa

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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha riferito in un video messaggio condiviso su Twitter che l’Unione riserverà 15 miliardi di euro per aiutare i partner mondiali, in particolare i Paesi dell’Africa, a combattere il coronavirus. Il continente africano, ha specificato la presidente, potrebbe affrontare gli stessi problemi dell’Europa nel giro di qualche settimana.

“È nel nostro interesse che la lotta alla pandemia abbia successo. Se siamo coordinati globalmente, possiamo sconfiggere il virus”, ha dichiarato la von der Leyen. “Altro denaro arriverà dagli Stati membri, in un autentico spirito di squadra europeo. Gli aiuti potranno servire a coprire i bisogni immediati nel settore sanitario, e a sostenere l’economia in questi Paesi, salvaguardando l’occupazione”, ha aggiunto. L’Unione Europea, nelle parole della presidente della Commissione, si è dunque impegnata a coordinare una risposta internazionale forte alla pandemia.

La stessa Organizzazione mondiale della sanità (OMS) aveva chiesto, lunedì 6 aprile, sforzi maggiori nella lotta contro il COVID-19. In una conferenza stampa, il direttore generale dell’organizzazione, Tedros Adhanom Ghebreyesus, aveva invitato ad adottare un approccio globale. “Abbiamo affermato costantemente che siamo in questa situazione tutti insieme e che possiamo avere successo solo insieme. Abbiamo bisogno di un approccio globale, in cui tutti facciano la propria parte”, ha affermato Tedros.

Nel frattempo, nel continente africano, i numeri continuano a salire. La maggior parte dei casi continua ad essere registrata, per il momento, nella regione del Nord Africa. Il Marocco conta, allo stato attuale, 1.001 casi, l’Algeria 1.162, la Tunisia 575, l’Egitto 1.080 e la Libia 18. I casi nell’Africa subsahariana, invece, risultano ad oggi i seguenti: 3 in Mauritania, 138 in Senegal, 1 in Gambia, 139 in Guinea, 33 in Guinea-Bissau, 39 in Mali, 238 in Burkina Faso, 6 a Capo Verde, 8 in Liberia, 305 in Costa d’Avorio, 251 in Ghana, 39 in Togo, 20 in Benin, 204 in Nigeria, 616 in Camerun, 13 in Guinea Equatoriale, 28 in Gabon, 38 in Repubblica del Congo, 8 in Repubblica Centrafricana, 153 in Repubblica Democratica del Congo, 14 in Namibia, 1.641 in Sudafrica, 6 in Eswatini, 33 in Zambia, 101 in Ruanda, 3 in Burundi, 20 in Tanzania, 159 in Kenya, 7 in Somalia, 46 in Etiopia, 81 in Gibuti, 10 in Sudan, 2 in Sud Sudan, 253 nelle Mauritius, 80 in Madagascar, 9 in Ciad, 241 in Niger, 13 in Angola, 9 in Zimbabwe, 10 in Mozambico, 52 in Uganda, 31 in Eritrea, 6 in Sierra Leone, 5 in Botswana, 7 in Malawi, 4 a Sao Tome e Principe.

Diverse nazioni africane hanno recentemente imposto divieti di viaggio da e per l’Europa e gli Stati Uniti, vietato le adunanze pubbliche, comprese quelle religiose, dichiarato l’emergenza nazionale, chiuso i confini, imposto il blocco o il coprifuoco. Tuttavia, gli esperti affermano che gli abitanti del continente non hanno ancora preso abbastanza sul serio la minaccia del virus. Se i presidenti africani hanno avviato misure rigorose per cercare di impedirne la diffusione, la popolazione civile sembra ancora ignara della reale portata del fenomeno. “Questo è il pericolo di cui sono preoccupato. Non vogliamo ripetere ciò che è accaduto in Cina”, ha dichiarato Oyewale Tomori, professore di virologia ed ex presidente dell’Accademia di Scienze nigeriana.

Ciò che spaventa di più è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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