L’uomo e la natura: la lezione del Coronavirus

Pubblicato il 8 aprile 2020 alle 15:15 in Il commento Italia

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Il coronavirus diffonde scoramento e speranze, come accade nelle grandi crisi internazionali. Sempre più americani affermano di vivere una situazione peggiore del crollo delle Torri Gemelle: “Non ho mai immaginato che New York avrebbe potuto vivere qualcosa di peggiore dell’11 settembre. Mi sbagliavo”, ha scritto Max Boot sul “Washington Post”, davanti a un numero di morti che ha superato quelli provocati da al Qaeda. Quando una fase tragica si prolunga troppo, e i governi non possono dare certezze sul futuro, gli uomini iniziano a dibattersi tra due estremi in preda ad angosce soverchianti. Alcuni producono le fantasie più inquietanti e altri le più esaltanti. Molti credenti affermano che Dio ha deciso di punire l’umanità per la sua presunta empietà e non pochi atei assicurano che la Natura sta punendo l’uomo che la devasta. L’idea della punizione argina il panico perché attribuisce un significato agli eventi ponendoli in ordine di causa-effetto: c’è una colpa, che provoca una punizione. E poi ci sono gli “idealisti del coronavirus”, i quali, pieni di speranza, annunciano che il virus partorirà un mondo migliore, in cui le relazioni umane diventeranno finalmente più importanti del lavoro. Gli uomini cesseranno di essere un mezzo per diventare un fine e capiranno che non è importante preoccuparsi della produzione o del Pil. D’altronde, dicono gli idealisti del coronavirus, se anche l’economia evaporasse e regredissimo al baratto, questo non causerebbe problemi eccessivi perché gli uomini, complice la quarantena, avranno imparato ad accontentarsi di volersi bene e di trattarsi con amorevole rispetto: “Basta con i ritmi stressanti”, sentiamo dire sempre più spesso. Eppure, è soltanto a ritmi di lavoro esasperati che il mondo potrà sperare di uscire da questa terribile crisi. Senza il lavoro frenetico di medici e infermieri, sindaci e protezione civile, autisti di autobus e metropolitane, e di molte altre figure professionali a cui è affidata l’Italia in queste ore drammatiche, non ci sarebbe futuro per gli italiani. Ecco il paradosso: gli idealisti del coronavirus vorrebbero vivere in una società senza frenesia, ma è alla frenesia che si affidano per salvarsi e continuare a coltivare il sogno di una società meno frenetica. Siamo stati abituati a vivere a ritmi di lavoro elevati. Lo stress ha tolto un po’ di vita e adesso la restituisce. Questo accade perché la natura non è affatto benigna con l’uomo, come dimostra l’inferno del coronavirus, che dalla natura proviene. La natura è benigna non perché si muova benevolmente verso l’uomo, ma perché l’uomo si muove malevolmente verso di essa, addomesticandola. La natura sta cercando di sopraffare l’uomo, il quale sta cercando un vaccino, a ritmi vertiginosi, per risospingerla nel vaso di Pandora. Fino a quando esisterà la natura, gli uomini non saranno al sicuro dai pericoli. Il coronavirus insegna che ogni comunità deve sempre poter contare su una categoria di persone educata a lavorare a ritmi altissimi perché la storia è sempre una questione di minoranze organizzate. Che si tratti di medici o di capi di Stato, il “protagonismo delle masse” è soltanto l’etichetta che le élites appongono sui propri successi. Oggi le masse sono chiuse in casa, ferme davanti al televisore, a osservare le élites che lavorano a ritmi estenuanti, come racconta la foto di quell’infermiera dell’ospedale di Cremona che, distrutta dal lavoro, si è addormentata sulla scrivania con il camice addosso e la mascherina sulla bocca. I Paesi che sconfiggeranno per primi il virus saranno quelli che sono stati organizzati meglio dalle loro élites. Si dice che milioni di italiani sono chiamati a una grande prova, per la quale saranno giudicati. In realtà, il giudizio, in Iran o negli Stati Uniti, riguarderà molto più le élites che le masse. Saranno ad esempio valutate le scelte delle élites di ridurre gli investimenti nella sanità oppure di accrescerli. Negli Stati Uniti, Trump sarà giudicato per avere distrutto il piano di Obama di rendere più umano, e cioè più italiano, il sistema sanitario americano. Un diciassettenne, infetto dal coronavirus, è morto a Lancaster, in California, dopo essere stato allontanato dall’ospedale perché privo di assicurazione medica. È quanto ha raccontato il sindaco Rex Parris in un video su youtube: il ragazzo, respinto dalla clinica, è andato in arresto cardiaco. Alle masse spetta di rimanere serrate, alle élites di essere giudicate.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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