Coronavirus: anche la Libia invia medici in Italia

Pubblicato il 8 aprile 2020 alle 8:49 in Italia Libia

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Il governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), ha inviato in Italia un team di 30 medici, per aiutare il Paese a contrastare la pandemia di coronavirus.

La notizia è giunta martedì 7 aprile, giorno in cui il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha ringraziato il Paese Nordafricano per l’iniziativa intrapresa. I medici libici, inviati attraverso il coordinamento con il Centro nazionale libico per il monitoraggio delle malattie, affiancheranno i medici italiani nella lotta contro la crescente pandemia, con il fine di limitarne la diffusione e gli effetti. L’operazione è stata concordata nel corso di una conversazione telefonica tra il ministro italiano ed il suo omologo libico, Mohammed Siala, in cui quest’ultimo ha affermato che la Libia rimarrà a fianco dell’Italia fino a quando Roma non riuscirà a fermare la crisi e magari a superarla. Tuttavia, Siala si è detto fiducioso nelle capacità dell’Italia per superare questa pandemia.

Sebbene in misura minore, il Covid-19 non ha risparmiato la Libia che, secondo gli ultimi dati dell’8 aprile, ha raggiunto quota 20 contagi, di cui un decesso e un caso di guarigione. Il 7 aprile, inoltre, è stato riportato il primo caso positivo a Bengasi, relativo a un uomo di 55 anni, che aveva precedentemente viaggiato in Turchia ed era ritornato il Libia, passando per la Tunisia, da 20 giorni.

La Libia ha cercato di prendere misure volte a far fronte all’emergenza coronavirus sin dal 19 marzo, data in cui è entrato in vigore il coprifuoco indetto dal generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, per le aree poste sotto il proprio controllo, mentre il premier del governo tripolino, Fayez al-Sarraj, già il 16 marzo, aveva proclamato lo stato di emergenza nel Paese, decretando altresì la chiusura di porti, aeroporti, scuole, università e altri centri di aggregazione, oltre alla riduzione della presenza di funzionari statali nelle pubbliche amministrazioni. Anche il Ministero degli Interni del GNA ha poi decretato il coprifuoco dalle 12:00 alle 07:00 del mattino, oltre alla sospensione delle preghiere comunitarie in moschea.

Secondo il Global Health Security Index 2019, la Libia è tra i Paesi meno preparati alla diffusione della pandemia. In particolare, il Paese è stato posto alla posizione numero 27, su un totale di 195 Paesi più vulnerabili ad eventuali malattie. In tale quadro, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il 31 marzo, ha affermato che, come in Yemen, anche in Libia l’inviato speciale, Stephanie Williams, sta lavorando duramente con le parti impegnate nel conflitto, per far sì che queste rispettino la tregua precedentemente annunciata e profondano anch’esse sforzi per contrastare la pandemia. Tuttavia, come sottolineato da Guterres, nonostante sia stata espressa la volontà di fermare i combattimenti, le tensioni sul campo continuano. A tal proposito, il 25 marzo, il GNA ha dato avvio ad una nuova operazione, chiamata “Tempesta di pace”, il cui obiettivo è autodifendersi dagli attacchi condotti dall’LNA.

Non da ultimo, come dichiarato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), la pandemia di coronavirus in Libia risulta essere pericolosa anche per gli sfollati interni e i circa 700.000 migranti e rifugiati presenti nel Paese. I centri di detenzione sono affollati e per quelli bloccati all’interno, così come le persone residenti in alloggi sovraffollati, misure preventive come il distanziamento fisico non sono praticabili. Data la maggiore presenza di polizia e militari nelle strade, la maggior parte dei migranti e dei rifugiati rimane in casa per paura di essere arrestato. In tale quadro, la Libia ha anche chiuso i suoi confini, il che significa che coloro che vogliono tornare a casa non sono in grado di andar via. La partenza via mare è l’unica opzione ma con l’Italia, che insieme a Malta è il porto europeo più vicino, che sta subendo un devastante scoppio del coronavirus, intraprendere la traversata in mare è ancora meno allettante.

Il timore comune è che il virus possa ulteriormente esacerbare la crisi libica e provocare maggiori sofferenze per l’intera popolazione, di fronte ad un quadro caratterizzato da risorse e infrastrutture medico-sanitarie insufficienti ed inadeguate, oltre a un numero crescente di vittime causate dal conflitto in corso, scoppiato il 15 febbraio 2011.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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