Africa, coronavirus: l’IGAD dona 100.000 dollari al Sud Sudan

Pubblicato il 8 aprile 2020 alle 15:35 in Africa Sud Sudan

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L’autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) ha donato 100.000 dollari al Sud Sudan per combattere la diffusione del coronavirus. Il Paese africano, appena uscito da una guerra civile lunga decenni, non è preparato a far fronte alla pandemia e le sue infrastrutture sanitarie non sono ancora attrezzate.

LIGAD, con sede a Gibuti City, è un blocco commerciale di 8 Paesi africani, ovvero Etiopia, Somalia, Eritrea, Gibuti, Sudan, Sud Sudan, Kenya e Uganda. Lorganizzazione ha deciso di concedere aiuti al Sud Sudan e si è impegnata a liberare risorse nello Stato africano. Il Sud Sudan ha solo 4 ventilatori in tutto il Paese e la popolazione è vicina agli 11 milioni. Quasi 1,5 milioni di persone sono confinate negli insediamenti per gli sfollati. “Vogliamo ringraziare l’IGAD a nome del governo del Sud Sudan per aver deciso di darci un aiuto nellaffrontare la malattia. È un bel gesto”, ha dichiarato il vice presidente Riek Machar. Il denaro sarà utilizzato per aumentare la consapevolezza tra i cittadini e per prevenire la diffusione del coronavirus. “Stiamo facendo una campagna di sensibilizzazione e abbiamo bisogno che tutti i settori della nostra comunità siano coinvolti”, ha aggiunto Machar.  

Il 30 marzo, il Ministero della Salute sud sudanese, con il sostegno dell’Unicef, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e di altri partner, ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sul Covid-19, e sul comportamento da adottare per proteggere sé stessi e la propria famiglia. L’obiettivo è quello di creare consapevolezza sui rischi del virus, e di mobilitare la comunità verso un impegno congiunto per far fronte all’epidemia. L’iniziativa include la distribuzione di materiali di comunicazione e sforzi di mobilitazione sociale attraverso l’uso di altoparlanti e megafoni. Nello specifico, sono stati diffusi 144.000 manifesti, 60.000 striscioni e 550.000 volantini in sette lingue con informazioni su segni e sintomi, misure preventive e come ottenere maggiori informazioni. In aggiunta, canali digitali come i social media saranno pienamente utilizzati e le informazioni essenziali saranno comunicate attraverso SMS di massa. Inoltre, sono stati distribuiti 3.000 megafoni e 150.000 paia di batterie per sostenere la trasmissione di messaggi nelle diverse comunità.

Tesfaye Negassa, capo dell’ufficio IGAD in Sud Sudan, ha promesso che si impegnerà per garantire un aiuto più consistente al Paese africano. “Questa non sarà l’ultima iniziativa, andrà avanti, ma crediamo che il virus verrà sconfitto presto”, ha affermato Negassa.

Le autorità del Sud Sudan hanno confermato il loro primo caso di COVID-19 domenica 5 aprile. Il Paese ha istituito una task force di alto livello per combattere lepidemia. Al momento, ci sono altri 4 casi sospetti di coronavirus, tenuti sotto osservazione.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati da Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto 2018, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, un importante accordo di pace. Secondo quanto previsto dal patto, Machar ricoprirà nuovamente il ruolo di vicepresidente. Un’altra disposizione fondamentale prevista dal trattato riguarda proprio la reintegrazione dei ribelli nell’esercito.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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