UNHCR: in Libia rischio catastrofe umanitaria causa coronavirus

Pubblicato il 6 aprile 2020 alle 18:25 in Africa Libia

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LAgenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha dichiarato che lesplosione di un focolaio di coronavirus in Libia potrebbe provocare una situazione “veramente catastrofica” per gli sfollati interni e i circa 700.000 migranti e rifugiati presenti nel Paese, devastato dalla guerra. Finora, lo Stato nordafricano ha riportato 17 casi di infezione da coronavirus, incluso un decesso. Il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli ha imposto un coprifuoco nazionale dalle 14:00 alle 07:00 e ha proibito i viaggi interurbani per cercare di frenare la diffusione dellepidemia.

La situazione interna è ulteriormente aggravata dai continui combattimenti che non accennano ad arrestarsi nemmeno nel contesto della pandemia. Dall’aprile 2019, le forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), fedeli al generale Khalifa Haftar, si scontrano con il governo di Tripoli per ottenere il controllo della capitale. L’offensiva ha provocato almeno 150.000 sfollati, oltre a centinaia di morti.

Il conflitto ha poi lasciato la Libia con scarse risorse finanziarie e con una grave carenza di attrezzature sanitarie di base, mentre l’epidemia rappresenta un’ulteriore sfida. In un’intervista con l’agenzia di stampa Reuters, a marzo, il capo del Centro nazionale libico per il controllo delle malattie (NCDC), Badereldine al-Najar, aveva dichiarato: “A causa della mancanza di preparativi, considero la Libia non in grado di affrontare questo virus”.

Intensi bombardamenti hanno scosso Tripoli nell’ultima settimana. Nella giornata di sabato 4 aprile, due persone sono rimaste ferite dopo che una granata ha colpito un ospedale nella capitale.

Negli ultimi anni, la Libia è diventata anche uno dei principali punti di passaggio per i migranti e i rifugiati africani che sperano di raggiungere l’Europa. Secondo i dati, quasi 1.500 richiedenti asilo sono detenuti in 11 centri di detenzione “ufficiali” sparsi in tutto il Paese. Gli altri rifugiati sono chiusi in “prigioni private” gestite da gruppi armati e trafficanti dove estorsioni, stupri e abusi sono all’ordine del giorno, secondo le Nazioni Unite. Entrambe le tipologie di centri sono sovraffollate e le condizioni igieniche sono scarse, con gravi carenze di cibo e acqua potabile.

“Le condizioni sono terribili. Centinaia di persone sono rinchiuse in hangar affollati senza accesso a strutture sanitarie adeguate. Molti di loro sono detenuti da mesi o addirittura anni. La preoccupazione è tutto ciò che sanno”, ha riferito ad Al Jazeera Amira Rajab Elhemali, assistente nazionale delle operazioni sul campo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM). Con un accesso molto limitato alle informazioni e quasi nessuna risorsa o assistenza sanitaria, molti hanno paura di un potenziale scoppio del virus. “I migranti e i rifugiati a Sabha, nel Sud-Ovest della Libia, sono all’oscuro di tutto e non hanno accesso alle informazioni sul virus o su come proteggersi”, ha aggiunto Amira. Un aumento del tasso di infezione avrebbe un grave impatto sui civili e sul sistema sanitario, ha dichiarato anche il portavoce dell’IOM, Safa Msehli, aggiungendo che “le ripercussioni saranno veramente catastrofiche per i migranti”.

La Libia è tra i 27 Paesi “più vulnerabili alle epidemie emergenti”, secondo quanto specificato dal rapporto sull’Indice di sicurezza sanitaria globale pubblicato il mese scorso. Anche l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) considera la Libia un Paese ad alto rischio. “I medici e i soccorritori, che devono essere formati sulla prevenzione delle infezioni e dotati di dispositivi di protezione, vengono regolarmente chiamati in prima linea per curare i feriti di guerra. Anche gli operatori sanitari delle comunità locali sono già sovraccarichi”, ha riferito Maria Carolina, vice capo della sotto-delegazione della Croce Rossa a Tripoli.

All’inizio di questa settimana, le autorità libiche hanno annunciato il rilascio di 466 prigionieri nell’ambito delle misure attuate per frenare la diffusione del coronavirus. Ma i centri di detenzione sono ancora affollati e per quelli bloccati all’interno, così come le persone residenti in alloggi sovraffollati, misure preventive come il distanziamento fisico non sono praticabili. Data la maggiore presenza di polizia e militari nelle strade, la maggior parte dei migranti e dei rifugiati rimane in casa per paura di essere arrestato. Oltre alle preoccupazioni e alla paura, l’UNHCR ha affermato che “l’aumento degli affitti, dei prezzi dei generi alimentari e delle materie prime di base ha reso più difficile per coloro che lavorano nel settore informale provvedere a sé stessi”

Nel frattempo, la Libia ha anche chiuso i suoi confini, il che significa che coloro che vogliono tornare a casa non sono in grado di andarsene. La partenza via mare è l’unica opzione ma con l’Italia, che insieme a Malta è il porto europeo più vicino, che sta subendo un devastante scoppio del coronavirus, intraprendere la traversata in mare è ancora meno allettante. Dal 2016, quasi 12.000 rifugiati e migranti sono annegati nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l’Europa, secondo il cosiddetto progetto dell’IOM “Missing Migrants”.

La rivoluzione e la guerra civile in Libia hanno avuto inizio il 15 febbraio 2011. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro e capo del Consiglio presidenziale, Fayez al-Sarraj, riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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