Malesia: 202 migranti Rohingya in isolamento e nuove misure economiche

Pubblicato il 6 aprile 2020 alle 19:11 in Asia Malesia

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Il ministro della Difesa della Malesia, Ismail Sabri Yaakob, ha dichiarato che 202 migranti Rohingya hanno raggiunto il Paese per mare e saranno tenuti in isolamento. Intanto, il Paese annuncia un massivo pacchetto economico per mitigare le conseguenze del coronavirus. 

Il governo ha annunciato un pacchetto di incentivi da10 miliardi di ringgit, pari a 2,3 miliardi di dollari, il 6 aprile. Si tratta della terza misura di questo tipo, approvata nel tentativo di evitare eccessive ripercussioni economiche del blocco nazionale parziale, dovuto alla pandemia di coronavirus. In tale contesto, le migrazioni non si fermano. Il 5 aprile, 202 persone, tra cui 45 donne e 5 bambini, presumibilmente tutti di etnia Rohingya, sono stati portati in un centro di detenzione dopo essere arrivati in barca sulla spiaggia di un hotel di lusso, a Langkawi.

“Poiché sono già nelle nostre acque, diventa nostra responsabilità prenderci cura dei loro interessi. Saranno messi in quarantena a Langkawi ”, ha dichiarato il ministro in una conferenza stampa. Ismail ha affermato che il Ministero degli Affari esteri, la National Disaster Management Agency (Nadma) e il Dipartimento per l’Immigrazione sono stati incaricati di aiutare queste persone. L’agenzia di polizia marittima malese ha dichiarato che i 4 trafficanti che li avevano apparentemente introdotti clandestinamente nel Paese erano fuggiti a seguito dell’approdo. 

I Rohingya sono una popolazione originaria del Myanmar, ma non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia nel Paese, dove sono stati vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddhista e dell’esercito. Tali violenze sono cresciute nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione mediatica internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, si è verificata una risposta da parte dello Stato che ha portato all’esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. 

L’ONU aveva pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico erano accusati di genocidio nei confronti della minoranza. Alla voce delle Nazioni Unite si erano unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che avevano definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. Alla funzionaria dell’Onu, Yanghee Lee, è stato impedito di entrare in Myanmar dal 2017, a causa delle sue critiche riguardanti il trattamento riservato ai Rohingya da parte delle autorità birmane. Secondo la Lee, il governo guidato dal premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, è stato una “grande delusione”.

Da quando Suu Kyi è salita al potere nel 2015, almeno 44 giornalisti erano stati arrestati, secondo Athan, un gruppo che sostiene la libertà di espressione e che ha base a Yangon, una delle più grandi città antiche del Myanmar . Il numero comprende 2 reporter dell’agenzia di stampa Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, condannati a 7 anni di carcere dopo aver coperto la notizia riguardante il massacro di 10 Rohingya per mano delle forze armate governative. La strada intrapresa dal Paese asiatico è stata definita “allarmate” dalle associazioni per la tutela dei diritti umani. 

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Maria Grazia Rutigliano 

 

 

di Redazione

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