Africa: Sud Sudan conferma il suo primo caso di coronavirus

Pubblicato il 6 aprile 2020 alle 10:16 in Africa Sud Sudan

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Il Sud Sudan ha confermato il suo primo caso di coronavirus, domenica 5 aprile, diventando il 51esimo Paese africano su 54 ad essere colpito ufficialmente dall’epidemia. È quanto ha riferito il vicepresidente Riek Machar, specificando che il paziente è una donna di 29 anni arrivata dall’Etiopia il 28 febbraio. La giovane si trova attualmente in quarantena presso la sede delle Nazioni Unite e gli operatori sanitari stanno rintracciando le persone con cui è entrata in contatto negli ultimi giorni, ha affermato David Shearer, capo delle operazioni ONU in Sud Sudan. La paziente ha mostrato per la prima volta i sintomi della malattia il 2 aprile ma si sta già riprendendo, secondo quanto precisato dalle autorità.

Il Sud Sudan, che ospita 11 milioni di persone, ha attualmente solo quattro ventilatori. Machar ha affermato che l’obiettivo del governo è quello di aumentarli ma ha sottolineato che le persone devono rigorosamente stare da uno a due metri di distanza. “L’unico vaccino è l’allontanamento sociale”, ha dichiarato il vicepresidente.

Per prevenire la diffusione del virus in Sud Sudan, la scorsa settimana il presidente Salva Kiir ha imposto un coprifuoco dalle 20:00 alle 06:00, per la durata di sei settimane, e ha serrato i confini, bloccato gli aeroporti e chiuso le scuole, le chiese e le moschee.

Nella giornata di domenica, la vicina Etiopia ha riportato la sua prima morte a causa del coronavirus e ha annunciato altri 5 casi, portando il suo totale a 43. Nel frattempo, in tutto il continente, i casi confermati di coronavirus sono saliti a più di 8.000 con oltre 300 decessi registrati. I numeri più alti sono stati rilevati, per il momento, nella regione del Nord Africa. Il Marocco conta, allo stato attuale, 875 casi, l’Algeria 1.078, la Tunisia 547, l’Egitto 848 e la Libia 17. I casi nell’Africa subsahariana, invece, risultano ad oggi i seguenti: 3 in Mauritania, 138 in Senegal, 1 in Gambia, 116 in Guinea, 18 in Guinea-Bissau, 39 in Mali, 238 in Burkina Faso, 6 a Capo Verde, 7 in Liberia, 221 in Costa d’Avorio, 178 in Ghana, 21 in Togo, 17 in Benin, 194 in Nigeria, 624 in Camerun, 15 in Guinea Equatoriale, 22 in Gabon, 38 in Repubblica del Congo, 8 in Repubblica Centrafricana, 133 in Repubblica Democratica del Congo, 14 in Namibia, 1549 in Sudafrica, 9 in Eswatini, 36 in Zambia, 100 in Ruanda, 3 in Burundi, 20 in Tanzania, 134 in Kenya, 6 in Somalia, 37 in Etiopia, 50 in Gibuti, 8 in Sudan, 213 nelle Mauritius, 70 in Madagascar, 9 in Ciad, 161 in Niger, 10 in Angola, 8 in Zimbabwe, 10 in Mozambico, 52 in Uganda, 29 in Eritrea, 6 in Sierra Leone, 5 in Botswana, 4 in Malawi.

Diverse nazioni africane hanno recentemente imposto divieti di viaggio da e per l’Europa e gli Stati Uniti, vietato le adunanze pubbliche, comprese quelle religiose, dichiarato l’emergenza nazionale, chiuso i confini, imposto il blocco o il coprifuoco. Tuttavia, gli esperti affermano che gli abitanti del continente non hanno ancora preso abbastanza sul serio la minaccia del virus. Se i presidenti africani hanno avviato misure rigorose per cercare di impedirne la diffusione, la popolazione civile sembra ancora ignara della reale portata del fenomeno. “Questo è il pericolo di cui sono preoccupato. Non vogliamo ripetere ciò che è accaduto in Cina”, ha dichiarato Oyewale Tomori, professore di virologia ed ex presidente dell’Accademia di Scienze nigeriana.

Ciò che spaventa di più è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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