Yemen: processi e negoziazioni per gli Houthi

Pubblicato il 3 aprile 2020 alle 10:23 in Medio Oriente Yemen

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Mentre le Nazioni Unite hanno avviato negoziazioni con i ribelli sciiti, con il fine di porre una tregua al conflitto in corso, il tribunale penale di Aden, capitale provvisoria yemenita, ha avviato il processo per 32 leader Houthi, accusati di aver promosso un colpo di Stato e minato l’indipendenza dello Yemen.

In particolare, il 2 aprile, l’ufficio dell’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, ha riferito che sono stati avviati colloqui volti a raggiungere un accordo per il cessate il fuoco a livello nazionale, oltre a definire una serie di misure umanitarie ed economiche in grado di alleviare le sofferenze del popolo yemenita, e a riprendere la pista politica, così da porre definitivamente fine al conflitto. Non da ultimo, le discussioni hanno altresì lo scopo di rafforzare gli sforzi congiunti profusi nel quadro della lotta al coronavirus.

Da parte loro, i ribelli Houthi hanno richiesto l’arbitrato di quelli che sono stati definiti “tre quartetti”, pari a 12 Paesi, e delle Nazioni Unite per risolvere il conflitto yemenita e hanno richiesto al governo centrale yemenita e alla coalizione a guida saudita di abbandonare le proprie condizioni per il cessate il fuoco ed i cosiddetti “tre riferimenti”, tra cui l’iniziativa del Golfo del 2011, i risultati del dialogo nazionale ed alcune risoluzioni Onu, come la numero 2216. Quest’ultima, tra le diverse disposizioni, prevede l’embargo sulle armi dirette agli Houthi e sanzioni contro il leader dei ribelli, Abdel-Malek al-Houthi, e Ahmed Ali Saleh, figlio maggiore dell’ex presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh.

Parallelamente, sempre il 2 aprile, ha avuto inizio il primo processo, in absentia, contro alcuni membri Houthi, tra cui il leader Abdul-Malik al-Houthi, e il capo del cosiddetto Consiglio politico supremo, Mahdi al-Mashat. Oltre all’accusa di colpo di Stato armato, gli imputati, pari a 32, sono altresì accusati di assedio al presidente legittimo del Paese e del premier del governo, di collaborazione con l’intelligence iraniana e di furto di circa 4 miliardi di dollari dalla Banca centrale di Sana’a. Gli imputati dovranno presentarsi in tribunale il primo giugno prossimo.

Risale al 21 settembre 2014 il colpo di Stato da parte dei ribelli sciiti Houthi che, in quella data, hanno preso il controllo delle istituzioni statali della capitale Sana’a, grazie al sostegno del precedente regime guidato dal presidente defunto Ali Abdullah Saleh, e hanno imposto gli arresti domiciliari per il presidente del governo legittimo, Rabbo Mansour Hadi, presso la propria abitazione di Sana’a. Il presidente successivamente, dopo settimane, è fuggito, recandosi dapprima a Aden e poi in Arabia Saudita.

Come affermato dal vice ministro della Giustizia yemenita, Faisal al-Majidi, l’inizio del processo rappresenta un passo rilevante e se i leader Houthi verranno effettivamente condannati, le sentenze emesse nei loro confronti si trasformeranno in decisioni esecutive, alcune delle quali potrebbero equivalere alla pena di morte. Come specificato, tre dei leader accusati erano stati precedentemente sottoposti a sanzioni internazionali, mentre il leader Houthi ha formato una banda, chiamata Ansar Allah, che, oltre a non avere alcuna autorizzazione e riconoscimento, ha commesso violazioni contro lo Stato e i cittadini.

Lo Yemen continua ad essere testimone di scontri e tensioni, oltre ad una escalation che ha avuto inizio nella metà del mese di gennaio 2020, ed ha interessato prevalentemente i governatorati di M’arib, Jawf e Sana’a. Questa è da collocarsi nel quadro del perdurante conflitto civile, scoppiato il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

In diverse occasioni l’esercito yemenita ed i ribelli Houthi sono stati esortati a porre fine ai combattimenti per far fronte alla crescente diffusione del Covid-19. L’invito a livello Onu è giunto, in particolare, dal segretario generale, Antonio Guterres, il quale, il 25 marzo, ha esortato l’umanità intera ad impegnarsi per far fronte all’emergenza sanitaria e ai pericoli derivanti dalla diffusione di coronavirus. Per quanto riguarda lo Yemen, nella dichiarazione rilasciata dal portavoce Stephane Dujarric, il segretario generale ha sottolineato come le battaglie in corso nella aree yemenite di al-Jawf e Ma’rib rischiano di esacerbare ulteriormente le condizioni di vita della popolazione. “È giunto il momento di porre fine al conflitto armato e concentrarci insieme su ciò che minaccia davvero le nostre vite” sono state le parole del segretario generale. Inoltre, Guterres ha ribadito che la pista politica continua a rappresentare l’unico percorso perseguibile verso una risoluzione inclusiva e sostenibile al conflitto.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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