L’ISIS prova a riguadagnare terreno

Pubblicato il 3 aprile 2020 alle 17:26 in Medio Oriente Siria

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Lo Stato Islamico sta provando a sfruttare la pandemia di coronavirus, e le preoccupazioni ad essa collegate, a suo vantaggio, riprendendo le proprie attività soprattutto in Siria.

Questo è quanto riporta il quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, il quale evidenzia come negli ultimi giorni l’organizzazione terroristica abbia ripreso a mobilitarsi in particolare nelle regioni orientali siriane. Nello specifico, il 2 aprile, un’operazione dell’ISIS condotta a Deir Ezzor ha causato 3 morti e 20 feriti tra i membri della Divisione Fatemiyoun, una milizia sciita afgana, nota altresì come Hezbollah Afghanistan, formata nel 2014 per combattere in Siria a fianco del governo. Secondo quanto riportato, Deir Ezzor ospita altresì milizie iraniane, stanziate nelle aree controllate dal regime, e anche queste sono state più volte attaccate da combattenti dell’ISIS nelle ultime settimane.

Un altro bersaglio dello Stato Islamico è costituito dalle Syrian Democratic Forces (SDF). Uno degli ultimi episodi risale al 2 aprile, quando una donna e altri due membri sono rimasti feriti a seguito di un’esplosione verificatasi nella periferia Est di Deir Ezzor, nella città di Al-Basira. L’obiettivo, è stato specificato, era un veicolo militare delle SDF, colpito mentre attraversava il mercato della città. Secondo al-Araby al-Jadeed, l’ISIS è particolarmente attivo nelle aree poste sotto il controllo delle SDF ed è riuscito a dispiegarsi soprattutto nelle periferie Est di Homs e Hama.

Dal 15 marzo 2011 la Siria è testimone di una guerra civile iniziata da una rivolta popolare, alimentata da due blocchi politico-militari. Il primo, sostenitore del presidente siriano, Bashar al-Assad, è rappresentato da Russia, Iran e milizie libanesi di Hezbollah. Il secondo blocco è costituito da Stati Uniti, Arabia Saudita, Turchia e Qatar. In tale contesto, è subentrato l’ISIS, la cui autoproclamazione è avvenuta il 29 luglio 2014. Gli Stati Uniti sono intervenuti nel conflitto siriano attraverso l’operazione Inherent Resolve, la missione militare statunitense contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, avviata il 15 giugno 2014, dopo la richiesta ufficiale di sostegno avanzata dal governo iracheno.

Il 6 dicembre 2017, il residente russo, Vladimir Putin, sostenitore del regime di Assad, ha annunciato la sconfitta militare dell’ISIS sulle rive del fiume Eufrate nella Siria orientale, il quale costituiva l’ultima area del Paese ancora sotto il controllo dello Stato Islamico, dopo la liberazione definitiva delle roccaforti dell’ISIS. Raqqa, capitale dell’organizzazione, era stata liberata il 17 ottobre e Deir Ezzor il 3 novembre 2017. Tuttavia, alcune cellule dormienti dell’organizzazione terroristica hanno continuato le proprie attività in diversi territori del Paese, in particolare nella zona Sud-occidentale, al confine con la Giordania e Israele, e al confine con l’Iraq.

Anche nel corso del 2019, il gruppo terroristico dello Stato Islamico ha continuato a lanciare una serie di attacchi contro le forze curde, in particolare nelle sue ex roccaforti della Siria settentrionale e Nord-orientale. Uno degli ultimi attacchi dell’ISIS risale al 7 agosto 2019, quando 5 persone, tra cui 3 bambini, sono state uccise a causa dell’esplosione di un’autobomba ad Al-Qahtaniyah, nella provincia siriana di al-Hasakah, situata nel Nord-Est della Siria e controllata dai curdi.

Il Country Report on Terrorism 2018 include nuovamente la Siria tra gli Stati sponsor del terrorismo ed evidenzia come il regime, anche nel corso del 2018, abbia continuato a fornire armi e sostegno politico ad Hezbollah, consentendone il riarmo anche da parte dell’Iran. Tuttavia, allo stesso tempo, il regime si è autodefinito una vittima del terrorismo, considerando i gruppi ribelli i principali responsabili di tale fenomeno.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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