La Turchia supporta i Rohingya in Bangladesh

Pubblicato il 3 aprile 2020 alle 12:22 in Bangladesh Turchia

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La Diyanet Foundation turca (TDV) ha lanciato una campagna per mitigare la diffusione della pandemia di coronavirus in Bangladesh e ha fornito aiuti per la comunità perseguitata dei Rohingya nei campi profughi del distretto di Cox’s Bazar.

La fondazione ha distribuito disinfettanti e detergenti per le mani tra i rifugiati e ha sensibilizzato l’opinione pubblica sulla lotta contro COVID-19, che ha causato la morte di oltre 53.100 persone in tutto il mondo. “Sono stati distribuiti disinfettanti e detergenti per le mani tra le 300 famiglie povere di Baharchar con l’aiuto della comunità giovanile locale”, ha dichiarato Mehmet Fatih Altas, coordinatore della fondazione. 

Altlas ha poi aggiunto che i volontari dell’organizzazione hanno anche avviato una campagna tra i Rohingya per invitarli a rimanere a casa e a mantenere le distanze sociali, al fine di arginare la diffusione della pandemia. Ai membri della comunità perseguitata è stato insegnato “come lavarsi le mani e il viso” per proteggersi dal virus, ha aggiunto la dichiarazione. Cox’s Bazar ospita oltre 1 milione di rifugiati di etnia Rohingya, che sono fuggiti dallo Stato di Rakhine in Myanmar, a seguito di violente repressioni. 

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddhista e dell’esercito. Tali violenze sono cresciute nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione mediatica internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, si è verificata una risposta da parte dello Stato che ha portato all’esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. 

L’ONU aveva pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico erano accusati di genocidio nei confronti della minoranza. Alla voce delle Nazioni Unite si erano unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che avevano definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. Alla funzionaria dell’Onu, Yanghee Lee, è stato impedito di entrare in Myanmar dal 2017, a causa delle sue critiche riguardanti il trattamento riservato ai Rohingya da parte delle autorità birmane. Secondo la Lee, il governo guidato dal premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, è stato una “grande delusione”.

Da quando Suu Kyi è salita al potere nel 2015, almeno 44 giornalisti erano stati arrestati, secondo Athan, un gruppo che sostiene la libertà di espressione e che ha base a Yangon, una delle più grandi città antiche del Myanmar . Il numero comprende 2 reporter dell’agenzia di stampa Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, condannati a 7 anni di carcere dopo aver coperto la notizia riguardante il massacro di 10 Rohingya per mano delle forze armate governative. La strada intrapresa dal Paese asiatico è stata definita “allarmate” dalle associazioni per la tutela dei diritti umani. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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