Iraq: un video minaccia gli Stati Uniti

Pubblicato il 3 aprile 2020 alle 13:36 in Iraq USA e Canada

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Un funzionario iracheno ha riferito, il 3 aprile, che i Ministeri dell’Interno e dell’Intelligence militare hanno avviato indagini circa un video diffuso da un gruppo armato di Baghdad, in cui si minaccia un attacco contro l’ambasciata statunitense in Iraq.

Il gruppo in questione è noto come Revolutionary League e si presume che si tratti di un’ulteriore milizia filoiraniana, che si oppone alla presenza USA in Iraq. Nell’ultimo video, rilasciato nella sera del 2 aprile, viene affermato che l’ambasciata statunitense, il cui compound ha sede nel centro di Baghdad, nella Green Zone, è “sotto il proprio sguardo”. Il video mostra immagini e clip degli edifici dell’ambasciata ripresi dall’alto, attraverso un drone, e l’hashtag che lo accompagna recita “l’Iraq si sta svegliando”. Come specificato, il prossimo obiettivo dell’organizzazione è vendicare la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump.

Stando ai primi risultati delle indagini, si presume che il gruppo sia riuscito ad entrare nella Green Zone, un’area fortificata sede di diverse ambasciate ed edifici governativi, e che abbia ripreso immagini e video in realtà vietati da leggi irachene. Si tratta della seconda dichiarazione di tal tipo trasmessa dalla Revolutionary League. La prima risale al 17 marzo scorso, quando, sempre attraverso un videomessaggio, un uomo armato, membro del gruppo, rivendica l’attacco contro la base statunitense di al-Taji, verificatosi l’11 marzo, definendolo un semplice esempio di quanto potrebbe accadere in futuro, ed esorta le forze statunitensi a lasciare l’Iraq. L’uomo che appare nel video è mascherato e porta in mano un fucile AK-47, mentre evidenzia il potente arsenale in possesso della propria milizia.

L’episodio giunge in un clima particolarmente teso per le relazioni tra Washington e Teheran, il cui apice è stato raggiunto proprio con la morte di Soleimani. Sin da ottobre 2019, sono almeno 25 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, portando Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili dei diversi attentati.

Tra i principali episodi del mese scorso, nelle prime ore del 17 marzo, due missili hanno colpito la base di Besmaya, situata a 60 km a Sud della capitale irachena, che ospita forze spagnole legate alla coalizione anti-ISIS e forze di addestramento NATO. Ancor prima, almeno 10 missili Katyusha hanno colpito, l’11 marzo, una base irachena che ospita soldati della coalizione internazionale anti-ISIS, situata ad al-Taji, a 85 km a Nord della capitale irachena Baghdad. Questo primo attacco ha causato la morte di due soldati statunitensi ed uno britannico, ed il ferimento di altri 12 uomini. Successivamente, la medesima base è stata interessata da un ulteriore attentato, il 14 marzo, che ha causato il ferimento di almeno 2 soldati delle truppe irachene e 3 appartenenti alle forze della coalizione.

In tale quadro, fonti militari irachene e statunitensi hanno rivelato che gli USA hanno dispiegato una batteria di missili Patriot presso la base di Ain al-Assad, la stessa che, l’8 gennaio scorso, era stata oggetto di un attacco condotto dalle forze iraniane del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Si prevede che gli Stati Uniti invieranno altre due batterie, sebbene, a detta delle fonti, i sistemi attualmente si trovino ancora in Kuwait, in attesa di essere traferiti in Iraq. Non da ultimo, il primo aprile scorso, Donald Trump ha avvertito l’Iran che gli Usa sono pronti a rispondere a qualsiasi eventuale assalto alle truppe statunitensi in Iraq, citando un possibile “attacco furtivo”. In tal caso, Teheran potrebbe pagare un presso elevato.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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