Senegal, coronavirus: finanziamento di 221 milioni di dollari da FMI

Pubblicato il 2 aprile 2020 alle 12:06 in Africa Senegal

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Il Senegal ha concluso i colloqui con il Fondo monetario internazionale (FMI) per la richiesta di 221 milioni di dollari da utilizzare per mitigare l’impatto economico dell’epidemia di coronavirus. La nazione dell’Africa occidentale ha confermato, ad oggi, circa 175 casi, secondo le statistiche dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il Fondo monetario ha specificato, in una dichiarazione, che la pandemia ha portato a un calo dei trasferimenti di denaro da parte dei senegalesi che vivono all’estero e alla chiusura del settore turistico. “Questo finanziamento consentirà alle autorità di soddisfare le urgenti esigenze di budget e di bilancio derivanti dal deterioramento delle condizioni economiche globali e dalla diffusione del COVID-19 in Senegal”, ha affermato l’FMI in una nota, giovedì 2 aprile.

Circa 147 milioni di dollari del finanziamento richiesto saranno erogati dal cosiddetto Strumento di Finanziamento Rapido del Fondo, mentre i restanti 74 milioni di dollari provengono dal suo Strumento di Credito Rapido. Il prestito, tuttavia, richiede ancora l’approvazione del consiglio di amministrazione del Fondo, che prenderà in considerazione la richiesta entro metà aprile.

Sebbene attualmente le nazioni africane rappresentino solo una piccola fetta dei casi globali di coronavirus, la pandemia ha già provocato un forte impatto economico sulla maggior parte di loro. L’FMI e altre istituzioni finanziarie multilaterali stanno cercando di aumentare il sostegno ai Paesi africani più vulnerabili in modo che possano combattere meglio la malattia, la quale, secondo gli esperti, potrebbe facilmente sopraffare i loro sistemi sanitari, dotati di risorse insufficienti.

In Senegal, un gruppo di ricercatori ha iniziato a condurre le prove di validità di un test diagnostico che può essere fatto a casa e che può produrre risultati in appena 10 minuti. Si stima che il costo del test sarà di appena 1 dollaro. Il piano è quello di fabbricare i test in Senegal e nel Regno Unito e, se le prove dovessero soddisfare gli standard normativi, potrebbero essere distribuiti in Africa già a giugno. “Il nostro obiettivo è quello di fornire test a tutto il continente africano”, ha detto al quotidiano Al Jazeera, Amadou Sall, direttore del Pasteur Institute di Dakar. Sall e il suo team di ricercatori, che in precedenza hanno lavorato sui vaccini per la febbre gialla e la dengue, hanno sviluppato il prototipo per il test diagnostico in collaborazione con la Mologic, una società britannica di biotecnologie fondata dall’inventore del test di gravidanza Clearblue. Una volta pronti, i test saranno prodotti nel Regno Unito e in una nuova struttura con sede a Dakar gestita da DiaTropix, una filiale del Pasteur Institute che si concentra sui test per le malattie infettive.

Con un totale di più di 6.400 casi accertati, e un numero presumibilmente altrettanto alto di casi non ufficializzati, gli analisti temono che l’Africa possa seguire presto una traiettoria simile a quella di molti Paesi europei, con la differenza che le strutture sanitarie nel continente africano avrebbero molta più difficoltà a fronteggiare una simile epidemia. L’Africa Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha notevolmente aumentato la sua strategia di prevenzione nelle ultime settimane, costituendo laboratori in più di 43 Paesi, un aumento sorprendente se si considera che, a febbraio, solo due Paesi erano in grado di testare la malattia. L’Africa CDC ha anche fornito 1.000 kit di test a tutti gli Stati africani contagiati. Il miliardario cinese Jack Ma ne ha donato, da parte sua, un altro milione. 

“In tempi come questi, è difficile per i governi africani acquistare test che sono anche più economici”, ha detto ad Al Jazeera Prashant Yadav, analista della catena di fornitura globale presso il Center for Global Health. “Questo è il motivo per cui se il continente dovesse avere un test tutto suo sarebbe un punto di svolta. Stai dando alle persone l’accesso a un sistema che pochissimi altri al mondo hanno”, ha aggiunto Yadav.

Ciò che spaventa di più, in Africa, è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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