Libia: dopo i droni di Ankara, arrivano quelli di Abu Dhabi

Pubblicato il 2 aprile 2020 alle 10:27 in Africa Libia

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Le forze tripoline hanno reso noto, il primo aprile, di aver abbattuto un drone degli Emirati Arabi Uniti (UAE) presso al-Agelat, città situata a circa 80 km a Ovest di Tripoli. La notizia giunge dopo i droni turchi abbattuti dalle forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), il 31 marzo.

In particolare, secondo quanto riportato da al-Jazeera, la prima notizia è stata riferita dal portavoce del governo tripolino, Mohamed Qanunu, attraverso la pagina Facebook dell’operazione Vulcano di Rabbia, in cui è stato specificato che il drone è stato abbattuto mentre sorvolava la zona Sud di al-Agelat. Tuttavia, né gli Emirati né l’LNA, con a capo il generale Khalifa Haftar, hanno risposto a tali dichiarazioni.

Parallelamente, le forze tripoline hanno riferito, sempre il primo aprile, di aver condotto raid aerei contro la base aerea di al-Watiya, controllata dalle forze di Haftar e situata a 140 km a Sud-Ovest della capitale, e a 25 km di distanza dal confine libico-tunisino. Si tratta del medesimo bersaglio che ha dato inizio all’operazione “Tempesta di pace”, lanciata dall’esercito tripolino il 25 marzo scorso. Altri attacchi, è stato riferito, hanno colpito le postazioni dell’LNA presso Wishka, nei pressi di Sirte. Non da ultimo, il Sud di Tripoli e, nello specifico, l’asse di Mashrua’ al-Hadaba ha continuato ad assistere a violenti scontri, consentendo alle forze tripoline di liberare una scuola precedentemente occupata dalle milizie di Haftar.

Il 31 marzo, l’esercito di Haftar ha riferito di aver abbattuto un drone di provenienza turca mentre questo sorvolava l’area di Qasr Bin Ghashir, nel Sud di Tripoli. Il drone è stato abbattuto, nello specifico, nella notte tra il 30 ed il 31 marzo e, secondo quanto riportato, questo era decollato dalla base aerea di Mitiga. Come sottolineato dal quotidiano arabo al-Arabiya, è dall’inizio dell’operazione di Haftar contro la capitale libica, avviata il 4 aprile 2019, che la Turchia invia droni e velivoli alle forze del governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), con il fine di contrastare l’avanzata dell’LNA. Tuttavia, secondo il quotidiano, sono circa 30 i droni turchi abbattuti nell’ultimo anno, l’ultimo risale al 24 marzo.

Nel frattempo, anche la Libia si trova a far fronte alla diffusione di Covid-19, con il timore che il virus possa ulteriormente esacerbare la crisi libica e provocare maggiori sofferenze per l’intera popolazione, di fronte ad un quadro caratterizzato da risorse e infrastrutture medico-sanitarie insufficienti ed inadeguate, oltre a un numero crescente di vittime causate dal conflitto in corso. Per tale motivo, le Nazioni Unite e la comunità internazionale hanno più volte esortato le parti impegnate nel conflitto a porre una tregua.

La rivoluzione la guerra civile in Libia hanno avuto inizio il 15 febbraio 2011. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro e capo del Consiglio presidenziale, al-Sarraj, riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Circa l’impegno della Turchia in Libia, il 25 dicembre 2019, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva annunciato che avrebbe supportato militarmente le operazioni del governo di Tripoli, contro l’esercito del generale Haftar. Tale affermazione faceva seguito ai memorandum di intesa firmati il 27 novembre dello stesso anno dal capo di Stato turco e dal presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, al-Sarraj, volti ad intensificare la cooperazione tra Libia e Turchia in materia di sicurezza, e a regolare le attività marittime nella contesa area del Mediterraneo orientale. Alla luce di ciò, il governo di Tripoli ha inviato una richiesta formale di sostegno militare “aereo, terrestre e marittimo” alla Turchia il 26 dicembre, a cui ha fatto seguito la risposta del Parlamento turco, del 2 gennaio, il quale ha approvato un decreto con cui Erdogan sarebbe stato autorizzato ad inviare truppe in Libia. Da allora, aiuti militari, rinforzi e consiglieri turchi si sono diretti a Tripoli.

Non da ultimo, la Turchia è altresì responsabile del reclutamento di combattenti di provenienza siriana, addestrati presso i propri accampamenti e poi inviati in Libia a fianco delle forze tripoline. Secondo quanto affermato dal portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, il 15 marzo, il numero di mercenari siriani in Libia ha raggiunto quota 7500, a cui vanno ad aggiungersi funzionari ed altri uomini di provenienza turca. A detta di al-Mismari, Ankara invia circa 300-400 mercenari a settimana, tutti diretti verso le aree libiche occidentali. Inoltre, ha aggiunto il portavoce, tra tali combattenti vi sono altresì quasi 2000 uomini appartenenti allo Stato Islamico e al Fronte al-Nusra. In centinaia sono stati uccisi nel corso delle battaglie, mentre circa 190 sono fuggiti verso l’Europa.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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