L’Iran mette in guardia da una “instabilità catastrofica”

Pubblicato il 1 aprile 2020 alle 17:54 in Iran USA e Canada

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Le ultime mosse di Washington in Iraq, tra cui il dispiegamento di missili Patriot, hanno suscitato preoccupazioni in Iran, il quale ha messo in guardia da una eventuale escalation nella regione.

In particolare, il primo aprile, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi, ha affermato che, mentre le Nazioni Unite e la comunità internazionale invitano a porre fine a qualsiasi forma di provocazione che possa alimentare conflitti, nel quadro dell’emergenza coronavirus, gli Stati Uniti hanno agito sul suolo iracheno attraverso operazioni che contraddicono quanto affermato in precedenza dal governo, dal Parlamento e dal popolo di Baghdad. Le ultime mosse, ha affermato Mousavi, aumentano le tensioni e con esse il livello di instabilità nella regione, e questa potrebbe rivelarsi “catastrofica”.

Le parole del portavoce iraniano giungono a seguito della preoccupazione espressa da alcuni funzionari circa nuove possibili offensive da parte di Washington contro le milizie irachene filoiraniane. Tali preoccupazioni derivano, a loro volta, dal dispiegamento di una batteria di missili Patriot presso la base irachena di Ain al-Assad, la cui notizia è stata riferita il 30 marzo, e dalle operazioni di evacuazione e ridistribuzione delle forze statunitensi tra le diverse basi situate in Iraq.

In particolare, la coalizione anti-ISIS a guida statunitense, il 29 marzo, ha evacuato le proprie forze dalla base K1, situata nella regione di Kirkuk, nel Nord dell’Iraq, affidando la gestione del luogo all’esercito iracheno. Si è trattato della terza operazione di tal tipo. In precedenza, l’Iraq aveva richiesto l’allontanamento delle forze USA dal Paese e aveva mostrato resistenza al dispiegamento di missili Patriot aggiuntivi, timoroso che l’Iran avrebbe considerato la mossa una minaccia e avrebbe innescato ulteriori tensioni nel Paese.

Una tale atmosfera è il risultato dell’escalation verificatasi a cavallo tra il 2019 ed il 2020, il cui apice è stato raggiunto con l’uccisione del capo del generale iraniano a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e di Abu Mahdi al-Muhandis, vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare, deceduti, il 3 gennaio, a seguito di un raid aereo ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro l’aeroporto di Baghdad. Precedentemente, il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena aveva causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Il 29 dicembre, poi, l’esercito statunitense ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq, e, l’8 gennaio, un ulteriore attentato da parte di Teheran ha colpito due basi che ospitavano truppe USA.

Le Brigate di Hezbollah, note altresì con il nome di Kataib, sono un gruppo paramilitare sciita iracheno e rappresentano il braccio armato delle Forze di Mobilitazione Popolare. Secondo alcuni, potrebbero essere proprio queste il bersaglio di eventuali operazioni statunitensi. In tale quadro, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), il 31 marzo, ha messo in guardia da ogni eventuale errore commesso contro l’Iran da parte di “nemici”, con riferimento agli Stati Uniti. In tal caso, è stato affermato, vi sarà una risposta devastante inimmaginabile. Inoltre, un ex comandante delle IRGC, il generale Mohsen Rezaei, ha paragonato un eventuale attacco da parte statunitense a un attentato dell’ISIS.
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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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