Libia: tra emergenza coronavirus e calo della produzione petrolifera

Pubblicato il 1 aprile 2020 alle 12:05 in Africa Libia

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Oltre ad essere testimone delle tensioni tra le forze in campo, la Libia deve affrontare altre due sfide, la prima rappresentata dall’emergenza Covid-19, mentre l’altra legata al calo della produzione petrolifera.

In particolare, il primo aprile, il Centro nazionale per il monitoraggio delle malattie ha riportato un aumento dei casi infetti da Covid-19, pari attualmente a 10. I campioni, è stato specificato, sono stati esaminati presso il laboratorio di Tripoli, dove, in totale, sono stati 131 quelli giunti fino ad ora per essere analizzati. Sebbene non vi sia stato alcun decesso, 134 cittadini libici sono stati posti in quarantena. Il 30 marzo, il capo di stato maggiore delle forze dell’esercito tripolino, Abdulrazek al-Nadoori, a capo della commissione per la lotta al coronavirus, ha affermato che la Libia si trova in uno stato di emergenza al 100% e che, pertanto, è divenuto sempre più necessario adottare le misure necessarie per prevenire un’ulteriore diffusione della malattia. Questo, però, in un quadro di risorse limitate, sia a livello economico sia medico-sanitario.

La Libia ha cercato di prendere misure volte a far fronte all’emergenza coronavirus sin dal 19 marzo, data in cui è entrato in vigore il coprifuoco indetto dal generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, per le aree poste sotto il proprio controllo, mentre il premier del governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), Fayez al-Sarraj, già il 16 marzo, aveva proclamato lo stato di emergenza nel Paese, decretando altresì la chiusura di porti, aeroporti, scuole, università e altri centri di aggregazione, oltre alla riduzione della presenza di funzionari statali nelle pubbliche amministrazioni. Anche il Ministero degli Interni del GNA ha poi decretato il coprifuoco dalle 12:00 alle 07:00 del mattino, oltre alla sospensione delle preghiere comunitarie in moschea.

Secondo il Global Health Security Index 2019, la Libia è tra i Paesi meno preparati alla diffusione della pandemia. In particolare, il Paese è stato posto alla posizione numero 27, su un totale di 195 Paesi più vulnerabili ad eventuali malattie. In tale quadro, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il 31 marzo, ha affermato che, come in Yemen, anche in Libia l’inviato speciale, Stephanie Williams, sta lavorando duramente con le parti impegnate nel conflitto, per far sì che queste rispettino la tregua precedentemente annunciata e profondano anch’esse sforzi per contrastare la pandemia. Tuttavia, come sottolineato da Guterres, nonostante sia stata espressa la volontà di fermare i combattimenti, le tensioni sul campo continuano. A tal proposito, il 25 marzo, il GNA ha dato avvio ad una nuova operazione, chiamata “Tempesta di pace”, il cui obiettivo è autodifendersi dagli attacchi condotti dall’LNA.

Parallelamente, secondo gli ultimi dati pubblicati dalla compagnia statale petrolifera libica, la National Oil Corporation (NOC), nel Paese è stato registrato un calo senza precedenti della produzione petrolifera. Nello specifico, al 29 marzo, sono stati prodotti 79.65 milioni di barili, con una perdita in termini di produzione pari a 1.14 milioni di barili al giorno. Pertanto, dal 17 gennaio, data dell’inizio del blocco di porti e giacimenti, al 29 marzo, il calo totale della produzione ha raggiunto quota 75.1 milioni di barili. Di fronte a tale scenario, l’OPEC, ovvero l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, prevede che il mese di aprile potrebbe essere caratterizzato da un ulteriore peggioramento, a causa del calo dei prezzi del petrolio e le problematiche a livello globale connesse alla diffusione di Covid-19.

Il 18 gennaio scorso, gruppi armati fedeli al generale di Tobruk, Khalifa Haftar, hanno bloccato la produzione e le esportazioni dei giacimenti di al-Sharara e al-Feel, situati nei pressi della città costiera di Zawiya. L’assalto ha preceduto un incontro internazionale in cui si è discusso proprio della situazione in Libia, la cosiddetta conferenza di Berlino, del 19 gennaio, in cui diversi rappresentanti a livello internazionale hanno concordato tre strade da seguire per riportare stabilità nel Paese Nordafricano, ribadendo la necessità di rispettare l’embargo sulle armi e di preferire una soluzione politica a quella militare.

Secondo i dati della NOC, prima della chiusura del 18 gennaio, la produzione petrolifera media della Libia era di 1.22 milioni di barili al giorno. La compagnia ha stimato che le perdite subite a gennaio e febbraio equivalgono a circa 2 miliardi e 469 milioni di dollari e, aggiungendo quelle verificatesi a marzo, la cifra aumenta a 3 miliardi e 808 milioni di dollari.

Pertanto, sia la pandemia di Covid-19 sia il blocco petrolifero mettono a dura prova le capacità della Libia, già scossa da una situazione di perdurante instabilità sin dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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