Africa, coronavirus: Burundi e Botswana confermano i loro primi casi

Pubblicato il 1 aprile 2020 alle 13:47 in Botswana Burundi

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In Africa, il Burundi e il Botswana si sono aggiunti alla lista di Paesi contagiati dal coronavirus. Il Ministero della Salute del Burundi ha annunciato, martedì 31 marzo, che due cittadini sono risultati positivi al virus dopo essere rientrati dal Ruanda e dagli Emirati Arabi Uniti. Nella regione dell’Africa orientale, ad oggi, resta solo il Sud Sudan con un bilancio nazionale di 0 casi.

Anche il Botswana, sempre nella giornata di martedì 31 marzo, ha riportato i suoi primi casi, annunciando altresì la sua prima vittima appena 24 ore dopo. Il governo ha affermato che si trattava di una donna anziana, di 79 anni, risultata positiva al COVID-19 dopo la sua morte. Il vicepresidente, Slumber Tsogwane, ha affermato che la vittima aveva viaggiato nel vicino Sudafrica e, al suo ritorno a casa, aveva sviluppato la febbre. È morta 4 giorni dopo il suo ricovero in ospedale, dove era stata messa in quarantena e sottoposta ai dovuti trattamenti. Il Paese, attualmente, ha imposto un blocco di 28 giorni per aiutare a frenare la diffusione della pandemia. Gli altri pazienti positivi al COVID-19, in Botswana, sono due uomini e una donna, che avevano viaggiato rispettivamente dalla Tailandia e dal Regno Unito. Nella regione dell’Africa meridionale, ancora 3 Stati, ovvero Lesotho, Comore e Malawi, risultano ufficialmente senza casi.

Nell’area subsahariana, il Paese più colpito dall’epidemia di coronavirus è il Sudafrica, con oltre 1.298 casi. Lunedì sera, il presidente Cyril Ramaphosa ha annunciato che 10.000 operatori sanitari sarebbero stati inviati casa per casa per sottoporre a screening le persone sospette. Quelle trovate con sintomi sarebbero dunque state forzate alla quarantena nelle loro case o negli ospedali. Ramaphosa ha affermato che il programma costituisce una “nuova fase” della lotta contro la diffusione del virus.

numeri più alti di contagi nel continente sono però registrati, per il momento, nella regione del Nord Africa. Il Marocco conta, allo stato attuale, 578 casi, l’Algeria 626, la Tunisia 381, l’Egitto 507 e la Libia 9. I casi nell’Africa subsahariana, invece, risultano ad oggi i seguenti: 3 in Mauritania, 134 in Senegal, 3 in Gambia, 22 in Guinea, 8 in Guinea-Bissau, 26 in Mali, 215 in Burkina Faso, 6 in Liberia, 171 in Costa d’Avorio, 159 in Ghana, 23 in Togo, 8 in Benin, 128 in Nigeria, 212 in Camerun, 14 in Guinea Equatoriale, 17 in Gabon, 19 in Repubblica del Congo, 3 in Repubblica Centrafricana, 99 in Repubblica Democratica del Congo, 9 in Namibia, 1298 in Sudafrica, 9 in Eswatini, 36 in Zambia, 75 in Ruanda, 2 in Burundi, 17 in Tanzania, 57 in Kenya, 4 in Somalia, 27 in Etiopia, 30 in Gibuti, 4 in Sudan, 142 nelle Mauritius, 57 in Madagascar, 7 in Ciad, 31 in Niger, 4 in Angola, 7 in Zimbabwe, 8 in Mozambico, 44 in Uganda, 15 in Eritrea, 1 in Sierra Leone, 3 in Botswana.

Diverse nazioni africane hanno recentemente imposto divieti di viaggio da e per l’Europa e gli Stati Uniti, vietato le adunanze pubbliche, comprese quelle religiose, dichiarato lemergenza nazionale, chiuso i confini, imposto il blocco o il coprifuoco. Tuttavia, gli esperti affermano che gli abitanti del continente non hanno ancora preso abbastanza sul serio la minaccia del virus. Se i presidenti africani hanno avviato misure rigorose per cercare di impedirne la diffusione, la popolazione civile sembra ancora ignara della reale portata del fenomeno. “Questo è il pericolo di cui sono preoccupato. Non vogliamo ripetere ciò che è accaduto in Cina”, ha dichiarato Oyewale Tomori, professore di virologia ed ex presidente dell’Accademia di Scienze nigeriana.

Ciò che spaventa di più è inoltre l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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