India: missionari islamici accusati di aver favorito i contagi da coronaviurs

Pubblicato il 31 marzo 2020 alle 17:16 in Asia India

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L’India ha messo in quarantena il quartier generale di un gruppo di missionari musulmani, il 31 marzo, e ha avviato un’indagine basata sulle accuse di aver tenuto riunioni religiose che hanno favorito il contagio di decine di persone. 

L’India ha registrato 1.251 casi di COVID-19, e almeno 32 vittime. I numeri sono bassi rispetto agli Stati Uniti, all’Italia e alla Cina, ma i funzionari sanitari sostengono che l’India, il secondo Paese più popoloso al mondo, sia di fronte ad un’enorme ondata che potrebbe sopraffare il suo debole sistema sanitario pubblico. In tale contesto, il governo della capitale, Nuova Delhi, ha segnalato che un quartiere musulmano in cui ha sede il gruppo noto come Tablighi Jamaat, ha registrato decine di contagi e almeno 7 morti. 

Le autorità hanno riferito che numerose persone hanno continuato a visitare il centro religioso, da altre parti del Paese e dall’estero, nonostante gli ordini del governo di evitare gli assembramenti. Centinaia di persone sono state bloccate all’interno dell’edificio in questione, tra il 28 e il 29 marzo, per controlli sanitari. Le autorità hanno iniziato a portare alcuni individui fuori, gradualmente, per essere sottoposti ai test. Il 31 marzo, sono arrivati alcuni autobus per portarli ai centri di quarantena, in un’altra parte della città. “Sembra che le misure di distanziamento sociale e di quarantena non siano state applicate qui”, ha affermato l’amministrazione comunale in una nota. “Gli amministratori hanno violato i protocolli e sono stati registrati numerosi casi positivi”, ha aggiunto. “Con questo grave atto di negligenza molte vite sono state messe in pericolo”, ha denunciato l’amministrazione. 

Tuttavia, è necessario specificare che ci sono forti tensioni tra indù e musulmani in India, negli ultimi mesi. Le violenze più gravi sono scoppiate a partire dal 24 febbraio. Per iniziare, ci sono state una serie di manifestazioni, organizzate dalla popolazione musulmana e da alcuni simpatizzanti, per mostrare dissenso contro una controversa legge sulla cittadinanza. In risposta a tali iniziative, gruppi di suprematisti indù sono scesi in strada. Alcune di queste persone hanno dato fuoco ad una moschea, urlando “Jai Shri Ram”, che si traduce con “Viva Lord Ram”. I filmati condivisi sui social media mostravano persone che si arrampicano in cima al minareto della moschea e tentavano di piantare una bandiera zafferano, il colore che rappresenta gli induisti. Il 25 febbraio è stato il giorno peggiore di scontri, con almeno 21 morti. Altre violenze sono state segnalate in aree a maggioranza musulmana come Karawal Nagar, Maujpur, Bhajanpura, Vijay Park e Yamuna Vihar. 

Tali eventi arrivano a seguito di due episodi di violenza contro i manifestanti musulmani. A Nuova Delhi, un uomo aveva aperto il fuoco su una protesta contro una la legge sulla cittadinanza indiana. I video girati durante l’arresto dell’aggressore, identificato dalla polizia come Kapil Gujjar, mostrano l’uomo che urla: “Solo gli indù vinceranno in questo Paese. Questo Paese è nostro”. La polizia ha riferito che Gujjar ha aperto il fuoco sulla folla, ma è stato immediatamente sopraffatto dalle forze dell’ordine. Tale episodio arrivava 2 giorni dopo una violenza dello stesso tipo. Il 30 gennaio, un ragazzo di 17 anni ha sparato contro i manifestanti che stavano protestando nei pressi dell’università Jamia Millia Islamia, a Nuova Delhi, ferendo 1 studente. L’aggressore ha fatto una diretta su Facebook prima di compiere il gesto. Testimoni oculari hanno riferito che l’aggressore ha urlato “Yeh lo azaadi”, che si traduce con “Ecco la vostra libertà” contro i manifestanti, prima di aprire il fuoco contro di loro. 

Le proteste indiane a cui si fa riferimento sono scoppiate quando il Parlamento di Nuova Delhi ha approvato, l’11 dicembre 2019, il cosiddetto “Citizenship Amendment Bill” (CAB), una controversa legge che garantisce la cittadinanza agli immigrati irregolari di numerose minoranze, escludendo solo i musulmani. Tale ondata di regolarizzazioni rischia di alterare fortemente gli equilibri del Paese, sopratutto nel Nord, maggiormente interessato dalle migrazioni. Il CAB garantisce la cittadinanza alle “minoranze perseguitate” di Pakistan, Bangladesh e Afghanistan. Gli individui che fanno richiesta, tuttavia, devono vivere in India almeno dal 31 dicembre 2014. I leader delle proteste temono che il CAB incoraggerà gli indù del Bangladesh a stabilirsi nell’area, modificando la demografia del luogo in funzione anti-islamica. 

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Maria Grazia Rutigliano  

di Redazione

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