Coronavirus: la campagna di sensibilizzazione del Sud Sudan

Pubblicato il 31 marzo 2020 alle 6:02 in Africa Sud Sudan

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Nonostante il Sud Sudan non abbia ancora riportato alcun caso di contagio da Covid-19, il ministro della Salute, Elizabeth Achuei Yol, ha affermato che l’allerta nel Paese resta alta, poiché tutte le nazioni confinanti hanno registrato cittadini positivi al virus. Al momento, il Sudan conta 6 casi di contagio da coronavirus, l’Etiopia 21, il Kenya 42, l’Uganda 33, la Repubblica Democratica del Congo 81, e la Repubblica Centrafricana 3. 

Per tale ragione, il 30 marzo, il Ministero della Salute sud sudanese, con il sostegno dell’Unicef, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e di altri partner, ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sul Covid-19, e sul comportamento da adottare per proteggere sé stessi e la propria famiglia. L’obiettivo è quello di creare consapevolezza sui rischi del virus, e di mobilitare la comunità verso un impegno congiunto per far fronte all’epidemia.

In tale occasione, il Ministero e l’Unicef hanno collaborato con oltre 25 stazioni radio di tutto il Paese per diffondere il messaggio della campagna in dieci lingue diverse. L’iniziativa include anche la distribuzione di materiali di comunicazione e sforzi di mobilitazione sociale attraverso l’uso di altoparlanti e megafoni. Nello specifico, sono stati diffusi 144.000 manifesti, 60.000 striscioni e 550.000 volantini in sette lingue con informazioni su segni e sintomi, misure preventive e come ottenere maggiori informazioni. In aggiunta, canali digitali come i social media saranno pienamente utilizzati e le informazioni essenziali saranno comunicate attraverso SMS di massa. Inoltre, sono stati distribuiti 3.000 megafoni e 150.000 paia di batterie per sostenere la trasmissione di messaggi nelle diverse comunità.

Secondo le direttive ministeriali, per ridurre la diffusione del virus è necessario osservare comportamenti quotidiani come lavarsi spesso le mani, tossire e starnutire nel gomito. Inoltre, si consiglia di evitare uno stretto contatto con le persone, in particolare con chi presenta sintomi influenzali come febbre, tosse secca, difficoltà respiratorie e stanchezza. In aggiunta, tali persone devono rimanere a casa e chiamare il Ministero della Salute al numero gratuito 6666 in caso i loro sintomi peggiorino. “Ora è il momento della responsabilità individuale, di profonda fede e azioni decise per proteggersi a vicenda”, ha dichiarato il rappresentante dell’Unicef per il Sud Sudan, Mohamed Ag Ayoya.

Già il 24 marzo, il Ministero della Salute aveva già adottato misure volte a prevenire la diffusione del virus, come il blocco delle frontiere e il divieto di tutti i voli internazionali. A partire da tale data, sono stati ammessi nel Paese solo gli autobus per il trasporto di merci, i camion per i generi alimentari e i serbatoi di carburante.

 Tuttavia, tali provvedimenti non prendono in considerazione alcuni problemi principali del Sud Suda, tra cui la situazione all’interno delle carceri. Le prigioni del Sud Sudan e i siti di detenzione del Servizio di sicurezza nazionale (NSS) continuano a essere sovraffollati, insalubri e con cure mediche inadeguate. In tale contesto, non è possibile contare sull’isolamento sociale per limitare la diffusione del virus.

A destare ulteriore preoccupazione è la condizione degli sfollati interni al Paese, circa 1.8 milioni, a seguito della guerra civile scoppiata nel dicembre 2013. Il conflitto ha avuto inizio quando il presidente sud sudanese, Salva Kiir, ha accusato il vicepresidente, Riek Machar, di voler mettere in atto un colpo di Stato. In seguito a tali accuse, violenti scontri sono scoppiati tra alcuni soldati di etnia dinka, alleati con Kiir, e di etnia nuer, sostenuti da Machar. Il conflitto ha causato quasi 4 milioni di sfollati, tra cui 1.8 all’interno del Paese. In particolare, alcuni esperti della sanità hanno sollevato il problema della diffusione dell’epidemia di coronavirus nel sito di protezione delle Nazioni Unite a Malakal, che conta quasi 28.000 rifugiati. A tal riguardo, il 25 marzo, l’Onu ha avanzato una richiesta di 2 miliardi di dollari per controllare la proliferazione del Covid-19 nei Paesi più vulnerabili, tra cui il Sud Sudan, dove è presente dall’8 luglio 2011 con la Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS).

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Mariela Langone

di Redazione

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