Africa, coronavirus: primo caso anche in Sierra Leone

Pubblicato il 31 marzo 2020 alle 18:03 in Africa Sierra Leone

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Il presidente della Sierra Leone, Julius Maada Bio, ha confermato che nel Paese è stato registrato il primo caso di coronavirus. A questo punto, diventano 48 i Paesi africani contagiati dallinfezione. Tutta la regione dellAfrica occidentale risulta colpita.

Una serie di misure volte a controllare l’ingresso e la successiva diffusione del virus sono già state implementate. Tra queste, una delle più recenti riguarda la chiusura, a tempo indeterminato, di tutte le scuole e le università della Sierra Leone. Il governo ha chiuso i suoi confini la scorsa settimana dopo che anche la Liberia e la Guinea lhanno fatto. Questultima ha anche annunciato un coprifuoco notturno a livello nazionale dalle 21:00 alle 05:00 per arginare la diffusione del virus.

Venerdì 27 marzo, la Sierra Leone, ancora senza casi, aveva annunciato la chiusura dei suoi confini per un periodo di 30 giorni. Qualche giorno prima, il presidente Bio aveva dichiarato lo stato di emergenza per un anno. La chiusura delle frontiere è stata attuata anche in Guinea e in Liberia e durerà per un periodo rinnovabile di 30 giorni, eccezion fatta per i veicoli adibiti al trasporto delle merci che potranno ancora circolare, sorvegliati in entrata e in uscita. La Liberia è attualmente bloccata dalla pandemia. I 3 Paesi furono al centro dell’epidemia di Ebola fino a qualche anno fa.

In generale, i governi africani hanno introdotto provvedimenti più o meno ampi per arginare la diffusione del virus, tra cui la chiusura delle scuole, l’imposizione di restrizioni di viaggio e il divieto di grandi riunioni. Sul continente, si registrano al momento più di 5.000 casi.

La scorsa settimana, anche il Senegal e la Costa d’Avorio, nell’Africa occidentale, hanno dichiarato lo stato di emergenza di fronte alla nuova pandemia. Il Senegal imporrà un coprifuoco dal tramonto all’alba, mentre la Costa d’Avorio ha dichiarato che introdurrà misure di confinamento graduali. “La velocità di diffusione della malattia ci impone di aumentare il livello della risposta”, ha argomentato il presidente senegalese Macky Sall in un discorso televisivo alla nazione. La scorsa settimana, il Senegal ha sospeso i voli commerciali internazionali e la Costa d’Avorio ha chiuso le discoteche e i cinema. Ma negli interventi televisivi, i presidenti di entrambi i Paesi hanno dichiarato che tali misure si sono rivelate inadeguate. Altri Paesi dell’Africa occidentale, come la Mauritania e il Burkina Faso, che risulta il più colpito della regione, hanno annunciato il loro coprifuoco negli ultimi giorni.

Il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che “il continente deve prepararsi al peggio”. “In altri Paesi abbiamo visto come il virus acceleri effettivamente dopo un certo punto critico. Quindi il miglior consiglio per l’Africa è quello si prepararsi al peggio e di prepararsi oggi”, ha dichiarato Tedros il 20 marzo, sottolineando la necessità di fare più test possibili per poter tenere traccia dei contatti, isolarli e tagliare sul nascere le possibilità di contagio. “Penso che l’Africa dovrebbe svegliarsi, penso che il mio continente dovrebbe svegliarsi”, ha concluso il direttore, che è nato in Eritrea ma ha vissuto fin da piccolo in Etiopia. 

Ciò che spaventa di più, in Africa, è l’inadeguatezza dei sistemi sanitari, la povertà diffusa, la porosità dei confini e l’insicurezza legata alla presenza di gruppi ribelli e organizzazioni terroristiche. Tutti insieme, questi fattori rischiano di aumentare notevolmente le possibilità di contagio e di aggravare la situazione di emergenza qualora il virus dovesse diffondersi in maniera incontrollata sull’intero continente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’Africa risulta mal equipaggiata per affrontare la minaccia e i governi devono cercare di fare di più per aumentare i controlli e identificare rapidamente i casi sospetti. La maggior parte dei sistemi sanitari risulta obsoleta e priva delle strutture necessarie a gestire casi di pandemia influenzale.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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