Siria: registrato il primo decesso da coronavirus, fuga di prigionieri ISIS

Pubblicato il 30 marzo 2020 alle 11:53 in Medio Oriente Siria

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Il Ministero della Salute siriano ha annunciato, il 29 marzo, il primo decesso per coronavirus. Nella medesima giornata, un gruppo di prigionieri è fuggito dal carcere di Hasakah, nel Nord-Est della Siria.


La prima vittima da Covid-19 in Siria è una donna, giunta in ospedale per cure di emergenza e successivamente sottoposta a tampone. Stando agli ultimi dati riportati il 29 marzo stesso, i casi positivi al virus registrati nel Paese ammontano a 9, sebbene diversi medici ed esperti accusino il governo siriano di nascondere la verità sulla diffusione della pandemia.
Il primo contagio era stato riportato il 22 marzo scorso e riguarda una ragazza ventenne che aveva viaggiato all’estero. Damasco, da parte sua, ha emanato il divieto di circolazione per i trasporti pubblici, oltre alla chiusura di scuole, parchi, ristoranti e alcune istituzioni pubbliche, e successivamente anche di negozi, ad esclusione di farmacie e forni. Inoltre, sono state create 19 squadre di emergenza, volte a prestare assistenza nei diversi governatorati della Siria. Non da ultimo, il 25 marzo, è stato imposto il coprifuoco in tutto il Paese, dalle ore 18:00 alle 06:00 del mattino, e a partire dal 29 marzo vige il divieto di spostamento tra una provincia e l’altra.

A tal proposito, il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha chiesto un cessate il fuoco per tutto il Paese, con il fine di contrastare l’emergenza coronavirus. Le Nazioni Unite hanno evidenziato che l’epidemia minaccia, in particolare, i 6.5 milioni di sfollati del Paese e oltre un milione di civili, situati presso gli accampamenti al confine turco. La Siria risente, poi, delle conseguenze del perdurante conflitto, che ha gravemente danneggiato il sistema sanitario e le infrastrutture a disposizione.

La maggiore preoccupazione è legata al fatto che l’Iran, considerato il focolaio del coronavirus in Medio Oriente, nonché il Paese della regione maggiormente colpito, è uno dei principali alleati del presidente siriano, Bashar al-Assad. Questo comporta l’arrivo di migliaia di militanti provenienti dall’Iran, i quali, nel corso del tempo, si sono stabilizzati soprattutto nella periferia di Damasco a maggioranza sciita, Sayeda Zainab. Numerosi, poi, sono i pellegrini che, dall’Iran, si dirigono verso la capitale siriana. A tal proposito, il 29 marzo, funzionari della sanità irachena hanno riferito che alcuni pellegrini sciiti di ritorno dalla Siria sono risultati positivi al Covid-19.

A peggiorare ulteriormente la situazione di crisi e caos in Siria, un gruppo di prigionieri, detenuti nel carcere di Hasakah, situato nel Nord-Est della Siria, il 29 marzo, ha dato vita a proteste, riuscendo a prendere il controllo di parte della prigione e a favorire la fuga di circa 12 detenuti, ex membri dello Stato Islamico. Si tratta della prigione nota con il nome di Geweran, gestita dalle Syrian Democratic Forces (SDF). Alcuni video mostrano i detenuti ribellarsi contro le guardie e danneggiare le telecamere di sicurezza, mentre invitano le organizzazioni internazionali a recarsi presso il carcere.

Il portavoce delle SDF, Mustafa Bali, ha riferito che le forze antiterroristiche hanno cercato di arginare la situazione di tensione, inviando altresì ulteriori rinforzi, volti a ricercare i prigionieri in fuga. Inoltre, è stato spiegato, fino ad ora non sembra esserci alcun legame tra le ribellioni dei detenuti e le preoccupazioni derivanti dal diffondersi del coronavirus, in quanto non è stato riportato nessun caso positivo al Covid-19 nelle regioni Nord-orientali sotto il controllo curdo. La coalizione anti-ISIS a guida statunitense, di cui le SDF rappresentano un alleato nella lotta allo Stato Islamico, ha riferito di stare assistendo le operazioni di ricerca attraverso mezzi aerei e ha confermato la presenza di membri dell’ISIS di rango inferiore nella prigione.

Non è ancora chiaro il numero esatto di prigionieri detenuti a Geweran. Tuttavia, questa è una delle carceri gestite dalle SDF, le quali, a detta di Human Rights Watch (HRW), hanno arrestato circa 12.000 uomini sospettati di essere affiliati all’ISIS, tra cui 2.000- 4.000 stranieri provenienti da circa 50 Paesi. Non da ultimo, sono circa 100.000 le donne e i bambini sia siriani sia stranieri, familiari di tali detenuti, posti in accampamenti sotto il loro controllo. Secondo quanto riportato da HRW e altre organizzazioni per i diritti umani, le prigioni sono sovraffollate e in molti casi ci si ritrova a far fronte a condizioni disumane.

Le Syrian Democratic Forces sono guidate dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo ed erano state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS in Siria. Grazie a tale collaborazione, negli ultimi anni, le SDF sono riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica”, a causa di legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, si oppone fortemente all’ipotesi che queste possano controllare un territorio così vasto al confine con la Turchia.
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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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