Mali: elezioni legislative tra coronavirus e minacce alla sicurezza

Pubblicato il 30 marzo 2020 alle 9:24 in Africa Mali

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In Mali, i cittadini si sono recati alle urne, domenica 29 marzo, per votare alle ultime elezioni parlamentari, più volte posticipate. I sondaggi si sono tenuti nonostante la diffusa insicurezza e la diffusione dell’epidemia di coronavirus.

Il voto di domenica è arrivato poche ore dopo che il Paese dell’Africa occidentale ha annunciato la sua prima morte per coronavirus e nonostante la notizia del sequestro del principale leader dell’opposizione, Soumaila Cisse, rapito, durante la campagna elettorale, da alcuni uomini armati non identificati.

Il voto prevede, per la prima volta dal 2013, l’elezione di nuovi parlamentari all’interno dell’Assemblea nazionale, composta da 147 seggi. A quel tempo, il partito dell’attuale presidente, Ibrahim Boubacar Keita, aveva guadagnato una maggioranza sostanziale. Nuove votazioni si sarebbero dovute tenere verso la fine del 2018, a seguito della rielezione di Keita, ma sono state rinviate più volte, in gran parte a causa di problemi di sicurezza. Quello di domenica 29 marzo è stato il primo turno elettorale. Se ne prevede un secondo il prossimo 19 aprile.

Circa 200.000 persone, che hanno dovuto abbandonare la loro residenza a causa della violenza diffusa nelle regioni centrali e settentrionali del Paese, non hanno potuto votare, perché, secondo quanto riferito da un funzionario del governo, “non è stato istituito alcun meccanismo” per farlo. I timori in merito alla sicurezza sono poi aumentati in seguito alla prima morte per coronavirus, nella tarda serata di sabato 28 marzo, e all’aumento del numero di contagi, arrivati a circa 18 persone infette. Il Paese, uno dei più poveri e popolosi del continente, abitato da circa 19 milioni di persone, è particolarmente esposto a un focolaio di COVID-19.

“C’è uno stato di emergenza sia a causa della minaccia dei gruppi armati sia a causa della minaccia di coronavirus”, ha detto Nicolas Haque, corrispondente di Al-Jazeera in Mali. “Tuttavia, Keita ha ribadito che queste elezioni devono proseguire, perché sono essenziali per il Mali, per la pace e per il dialogo nazionale”. Il portavoce governativo delle elezioni, Amini Belko Maiga, ha ammesso che le condizioni di voto non erano ideali. “È vero che non possiamo dire che tutto sia perfetto, ma stiamo facendo il massimo”, ha affermato Maiga, riferendosi alla minaccia del coronavirus e aggiungendo che i kit per il lavaggio delle mani sono stati distribuiti nelle campagne, mentre nella capitale, Bamako, le autorità avrebbero messo a disposizione maschere e disinfettanti per le mani.

Da mercoledì 25 marzo non si hanno più notizie di Soumalia Cisse, principale leader dell’opposizione maliana, risultato scomparso, insieme alla sua delegazione, mentre conduceva una campagna elettorale nelle regioni centrali del Paese, le più colpite dalla furia dei gruppi jihadisti locali. Il suo partito, l’Unione per la Repubblica e la Democrazia (URD), ha dichiarato che nessun membro del gruppo è più reperibile da mercoledì, quando avrebbero dovuto raggiungere il villaggio di Koumaira, nella regione settentrionale di Timbuktu. L’ipotesi è che siano stati rapiti. Il bodyguard di Cisse è stato trovato morto poche ore prima dell’inizio delle votazioni. Si crede che la responsabilità del sequestro sia da attribuire ad alcuni Fulani devoti al predicatore Amadou Koufa, che guida un’ala del Gruppo per il Supporto dell’Islam e dei Musulmani (GSIM), affiliato ad al-Qaeda e attivo nel Sahel.

Il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area posta a Sud del Sahara. Eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo in questa regione e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali e i loro partner internazionali, che hanno lottato a lungo per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale. Nell’area opera anche il G5 Sahel, una task force internazionale antiterrorismo creata nel febbraio 2017 con lo scopo di sconfiggere i gruppi armati attivi nell’Africa Nordoccidentale e contrastare lo sviluppo dell’estremismo violento. Il 13 gennaio, il presidente francese Emmanuel Macron ha ospitato i partner africani del G5 Sahel per la cosiddetta conferenza di Pau. In tale occasione, i leader di Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania si sono detti concordi nel rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza nel Sahel e hanno stabilito di creare un’unica struttura di comando militare sotto la quale condurre nuove operazioni antiterrorismo.

Oltre allo Stato Islamico, in Mali sono attivi diversi gruppi estremisti violenti, di matrice islamista, come il suddetto Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), ma anche al-Qaeda nel Magreb islamico (AQIM), Ansar al-Dine (AAD), e il Macina Liberation Front. Questi operano perlopiù nelle zone aride del Mali centrale e settentrionale, utilizzandole come base da cui partire per lanciare attacchi contro soldati e civili attraverso il vicino Burkina Faso, il Niger e oltre.

Dopo le ultime elezioni legislative, si spera che il nuovo Parlamento attui le dovute riforme previste da un accordo di pace negoziato ad Algeri, nel 2015, tra il governo di Bamako e diversi gruppi armati. L’attuazione delle riforme procede lentamente, anche se quest’anno l’esercito maliano è riuscito a dispiegare nel Paese alcune unità composte sia da ex ribelli sia da militari regolari, come previsto da una delle disposizioni dell’accordo di Algeri. Il patto prevede anche il decentramento della governance, come richiesto da alcuni gruppi ribelli.

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Chiara Gentili

di Redazione

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