Iraq: la coalizione anti-ISIS si ritira dalla base K1

Pubblicato il 30 marzo 2020 alle 13:33 in Iraq USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La coalizione anti-ISIS a guida statunitense, il 29 marzo, ha evacuato le proprie forze dalla base K1, situata nella regione di Kirkuk, nel Nord dell’Iraq, e l’ha consegnata all’esercito iracheno.

Si tratta della terza operazione di tal tipo, da inserirsi in un quadro più ampio di ridistribuzione e ridimensionamento delle forze della coalizione in Iraq, cedendo di volta in volta la responsabilità delle basi liberate alle forze irachene. Il portavoce della coalizione, Myles B. Caggins, ha affermato che, a seguito della fuoriuscita di circa 300 uomini, l’esercito iracheno ha ricevuto attrezzatura militare ed equipaggiamento dal valore di almeno 1.1 milioni di dollari. Inoltre, è stato specificato che la decisione è il frutto dei risultati raggiunti dalle forze di sicurezza irachene nella lotta contro lo Stato Islamico ed è stata presa congiuntamente al governo di Baghdad.

Le altre due basi precedentemente consegnate all’esercito iracheno sono al-Qaim, situata vicino al confine con la Siria, il cui trasferimento è stato completato il 18 marzo, e Qayyarah, nel Sud di Mosul, la cui consegna è del 26 marzo. Le truppe ritirate da al-Qaim sono state riposizionate presso altre basi in Iraq, in particolare a Erbil e in Kuwait. Qayyarah, invece, considerata un punto di partenza strategico per le forze di sicurezza irachene e per la coalizione durante la battaglia volta alla riconquista di Mosul, rappresenta altresì un hub per l’aeronautica militare irachena.

La coalizione anti-ISIS, a guida statunitense, conta circa 80 membri. Sin dal 2014, questa si è impegnata nella lotta contro lo Stato Islamico, con l’obiettivo di sconfiggerlo su tutti i fronti, distruggendo altresì le proprie reti ed ostacolando le proprie mire espansionistiche. Oltre alle campagne militari condotte in Iraq e in Siria, la coalizione mira anche a minare l’infrastruttura finanziaria ed economica dell’ISIS, a frenare il flusso di foreign fighter attraverso i confini e a riportare la stabilità ed i servizi pubblici essenziali nelle aree liberate dalla morsa del gruppo terroristico.

Circa la base K1, le forze della coalizione erano presenti qui sin dal 2017 e, come specificato da esse stesse, ha costituito un luogo chiave nella ricerca ed il ritrovamento dei nascondigli dei militanti terroristici, situati perlopiù nelle aree montuose circostanti. In particolare, le zone nel Sud di Kirkuk e le province vicine di Diyala, Salah al-Din e Ninive continuano a costituire focolai per le attività dello Stato Islamico. Non da ultimo, il territorio è altresì al centro di una disputa tra il governo iracheno e la regione autonoma del Kurdistan, portando a dei vuoti in termini di sicurezza che hanno ulteriormente facilitato le operazioni dei combattenti ISIS. Per tale motivo, spesso la coalizione si è ritrovata a fungere da mediatore tra le due parti.

Tuttavia, la base K1 è stata altresì il bersaglio di alcuni degli eventi al centro dell’escalation verificatasi a cavallo tra il 2019 ed il 2020. In particolare, il 27 dicembre 2019, il luogo è stato oggetto di un attacco missilistico che ha causato la morte di un soldato statunitense che vi lavorava. Un attentato che, a detta di Washington, è stato condotto dalle cosiddette “Brigate di Hezbollah”, un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran.

L’accaduto del 27 dicembre contro Kirkuk, città ricca di risorse petrolifere, aveva causato anche il ferimento di altri funzionari, 4 statunitensi e 2 membri delle forze di sicurezza irachene. Successivamente, l’esercito statunitense ha condotto, il 29 dicembre, attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq, provocando circa 25 morti. Si trattava, nello specifico, di tre basi irachene situate nel governatorato occidentale di Anbar, e due siriane, tutte appartenenti al gruppo sciita. Da tali postazioni, secondo quanto riferito, venivano altresì pianificati e perpetrati attentati contro le forze della coalizione internazionale anti-ISIS.

Teheran ha successivamente attaccato, l’8 gennaio, due basi in Iraq che ospitano truppe statunitensi, mantenendo la sua promessa di vendicare la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, ucciso il 3 gennaio a seguito di un raid ordinato dal presidente della Casa Bianca, Donald Trump. La prima base aerea oggetto dell’attacco è stata quella di Ain al-Assad, situata nel governatorato occidentale iracheno di Al-Anbar, mentre la seconda quella di Harir, nel distretto di Shaqlawa, a 75 km dal centro della città di Erbil. Si tratta della base statunitense più vicina dal confine iraniano, da cui dista circa 115 km.

A seguito di questi episodi, gli Stati Uniti avevano sospeso le proprie operazioni congiunte in Iraq, riprendendole successivamente, il 15 gennaio. Tale mossa è giunta a due settimane di distanza dalla decisione del Parlamento di Baghdad con cui si proponeva al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. Ciò perché gli eventi precedenti erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington, e si temeva che il Paese potesse divenire un campo di battaglia tra Iran e Stati Uniti. Il 30 gennaio, poi, l’esercito iracheno ha riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico erano state riavviate.

Tuttavia, le ultime settimane non sono state esenti da tensioni. Tra i principali episodi, nelle prime ore del 17 marzo, due missili hanno colpito la base di Besmaya, situata a 60 km a Sud della capitale irachena, che ospita forze spagnole legate alla coalizione anti-ISIS e forze di addestramento NATO. Ancor prima, almeno 10 missili Katyusha hanno colpito, l’11 marzo, una base irachena che ospita soldati della coalizione internazionale anti-ISIS, situata ad al-Taji, a 85 km a Nord della capitale irachena Baghdad. Questo primo attacco ha causato la morte di due soldati statunitensi ed uno britannico, ed il ferimento di altri 12 uomini. Successivamente, la medesima base è stata interessata da un ulteriore attentato, il 14 marzo, che ha causato il ferimento di almeno 2 soldati delle truppe irachene e 3 appartenenti alle forze della coalizione.

Sin da ottobre 2019, sono almeno 25 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, portando Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di quanto accaduto. Inoltre, è del 20 marzo la dichiarazione di un alto funzionario del Dipartimento di Stato statunitense secondo cui gli Stati Uniti si erano detti “enormemente delusi” dalle prestazioni del governo iracheno nell’adempiere al loro obbligo di proteggere le forze della coalizione internazionale contro l’ISIS.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.