Coronavirus: aumentano i decessi anche in Libano e Giordania

Pubblicato il 30 marzo 2020 alle 16:28 in Giordania Libano

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Il Ministero della Salute del Libano ha riportato, lunedì 30 marzo, un aumento dei casi positivi al Covid-19 e dei decessi, che attualmente ammontano a 11. Parallelamente, anche in Giordania è stata registrata una crescita del numero di contagi e vittime.

Nello specifico, secondo quanto riferito dal Ministero della Salute del Libano, i casi nel Paese hanno raggiunto quota 446, registrando un aumento pari a +8 rispetto al giorno precedente. Un paziente infetto è poi deceduto nell’ospedale statale universitario di al- Hariri. Si trattava di un uomo di 80 anni, con patologie croniche pregresse. Attualmente, nel Paese vige la quarantena obbligatoria per l’intera popolazione, considerata una “responsabilità morale e sociale”. Pertanto, come specificato dal medesimo Ministero, i contravventori sono soggetti a misure legali e penali. Inoltre, sono state altresì dispiegate forze dell’ordine e dell’esercito per far rispettare le misure prese.

Risale al 15 marzo scorso la decisione del presidente libanese, Michel Aoun, di proclamare lo stato di emergenza “sanitario” nel Paese, chiudendo altresì tutte le istituzioni pubbliche e private che forniscono servizi non essenziali, ed escludendo dalla misura supermercati, farmacie, banche e forni. Tuttavia, il Libano risente delle conseguenze di una grave crisi economica e finanziaria, la causa principale di una carenza di dollari che, da settembre 2019, ha comportato, a sua volta, una riduzione delle importazioni di forniture mediche essenziali, tra cui mascherine, guanti e dispositivi di protezione, oltre a ventilatori e pezzi di ricambio. Non da ultimo, all’interno delle strutture sanitarie libanesi, è stato difficile assumere personale aggiuntivo e acquistare l’attrezzatura ed i dispositivi necessari ad affrontare l’emergenza coronavirus.

Il vicedirettore per il Medio Oriente presso Human Rights Watch, Joe Stork, ha riferito che l’epidemia di COVID-19 sta mettendo a dura prova un settore sanitario già in crisi. Il 12 marzo scorso, il governo ha destinato 39 milioni, provenienti da un prestito della Banca Mondiale precedente all’emergere della pandemia, con il fine di preparare ed equipaggiare al meglio le strutture sanitarie del Paese. Anche il governo cinese ha fornito a Beirut dispositivi e macchinari per far fronte all’emergenza e si è detto pronto ad aiutare ulteriormente il Libano.

Per quanto riguarda il Regno hashemita giordano, fonti mediche, lunedì 30 marzo, hanno riferito del quarto decesso del Paese, verificatosi presso il King Hospital. Si è trattato di una donna di 81 anni, deceduta, a detta del direttore dell’ospedale, a causa di una grave polmonite provocata dal coronavirus. Il bilancio dei contagi totali in Giordania ha raggiunto quota 259. A partire dal 30 marzo, ha avuto inizio la prima fase di evacuazione post-quarantena dei pazienti precedentemente infetti, una misura che va ad aggiungersi a quelle definite storiche, intraprese dal 20 marzo scorso.

In particolare, il ministro di Stato giordano per gli Affari mediatici, nonché portavoce del governo, Amjad Adaileh, il 20 marzo ha proclamato il coprifuoco in tutte le regioni giordane, a partire dalle ore 07:00 del giorno successivo, il 21 marzo. Tale disposizione ha fatto seguito al decreto straordinario emanato dal monarca giordano, il re Abdullah II, il 17 marzo, con cui ha conferito al governo pieni poteri, tra cui la possibilità di imporre un coprifuoco monitorato dalle forze armate ed altre misure ritenute necessarie.

Il decreto in questione ha consentito l’attivazione della Legge sulla Difesa n.13, solitamente invocata solo in caso di guerra o calamità. Tuttavia, il re Abdullah II aveva precisato che, di fronte al pericolo posto dalla diffusione del coronavirus, era necessario preservare la salute dei cittadini, sopra qualsiasi cosa. Al primo ministro giordano, Omar Razzaz, in tal modo, è stato conferito il potere di chiudere le istituzioni e porre restrizioni alla circolazione dei cittadini. Come specificato dal sovrano, non si è trattato di un ostacolo ai diritti della popolazione, bensì di un meccanismo volto a preservare l’intero Regno, salvaguardando la salute di tutti e migliorando il coordinamento tra tutte le parti coinvolte.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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