Siria: continua la crisi nel Nord-Ovest, Guterres invoca il cessate il fuoco

Pubblicato il 27 marzo 2020 alle 14:45 in Medio Oriente Siria

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Mentre la regione siriana Nord- occidentale di Idlib continua ad assistere a bombardamenti e proteste, il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha chiesto un cessate il fuoco per tutto il Paese, con il fine di contrastare l’emergenza coronavirus.

In particolare, l’appello di Guterres è giunto nella mattina di venerdì 27 marzo, attraverso una dichiarazione in cui tutte le parti impegnate nella crisi siriana sono state esortate a porre fine al conflitto, per far sì che possano essere profusi gli sforzi necessari a contrastare l’emergenza coronavirus. Si tratta di un appello che il Segretario generale aveva già rivolto a livello globale il 23 marzo scorso, quando aveva evidenziato come, al momento, il bersaglio di una lotta globale sia il Covid-19. Anche l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Geir Otto Pedersen, aveva lanciato un appello simile, chiedendo un cessate il fuoco immediato in tutte le regioni siriane, in linea con la risoluzione del Consiglio di sicurezza 2254, e si era detto disposto ad impegnarsi al fianco di tutti gli attori e i principali Paesi coinvolti per affrontare il virus e garantire una tregua nel Paese.

Il primo caso positivo di coronavirus in Siria è stato riportato il 22 marzo scorso e riguarda una ragazza ventenne che aveva viaggiato all’estero. Sino al 27 marzo, le fonti del regime hanno dichiarato la presenza di soli 5 contagi, sebbene medici ed esperti accusino le autorità di nascondere la verità sulla diffusione del virus. Nel quadro delle misure prese per far fronte all’emergenza, il 22 marzo, Damasco ha emanato il divieto di circolazione per i trasporti pubblici, oltre alla chiusura di scuole, parchi, ristoranti e alcune istituzioni pubbliche, e successivamente anche di negozi, ad esclusione di farmacie e forni. Inoltre, sono state create 19 squadre di emergenza, volte a prestare assistenza nei diversi governatorati della Siria. Non da ultimo, il 25 marzo, è stato imposto il coprifuoco in tutto il Paese.

La maggiore preoccupazione è legata al fatto che l’Iran, considerato il focolaio del coronavirus in Medio Oriente, nonché il Paese della regione maggiormente colpito, è uno dei principali alleati del presidente siriano, Bashar al-Assad. Questo comporta l’arrivo di migliaia di militanti provenienti dall’Iran, i quali, nel corso del tempo, si sono stabilizzati soprattutto nella periferia di Damasco a maggioranza sciita, Sayeda Zainab. Numerosi, poi, sono i pellegrini che, dall’Iran, si dirigono verso la capitale siriana.

Nel frattempo, il governatorato di Idlib continua ad essere oggetto degli attacchi condotti dalle forze di Assad. In particolare, gli ultimi bombardamenti verificatisi tra la sera del 26 marzo e l’alba del giorno successivo hanno colpito i villaggi di Sufuhon e Kansafra, nell’area di Jabal al-Zawiya, nel Sud di Idlib, mentre colpi di artiglieria hanno preso di mira Kafr Amma, nella periferia Ovest di Aleppo. Altre milizie iraniane, inoltre, hanno attaccato alcuni villaggi dell’area rurale settentrionale di Latakia.

In tale quadro, numerosi civili hanno occupato ancora una volta la strada internazionale M4, che collega Aleppo e Latakia, e, in particolare, alcune zone situate nei pressi della città di Arihah. Il loro obiettivo è ostacolare le operazioni di pattugliamento congiunto organizzate dalle forze turche e russe. Queste fanno parte dell’accordo di cessate il fuoco raggiunto il 5 marzo dal presidente russo, Vladimir Putin, ed il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan. Oltre alla tregua, le parti hanno concordato l’istituzione di un corridoio umanitario da porsi lungo una delle principali autostrade che percorrono la provincia di Idlib, da Est a Ovest, e l’organizzazione di pattuglie congiunte, il cui avvio, previsto per il 15 marzo, è stato bloccato dalle proteste di ribelli e civili.

Tale tregua, sebbene non completamente rispettata, ha consentito ad alcuni sfollati di far ritorno nei propri villaggi situati nelle aree rurali di Aleppo e Idlib. Tuttavia, secondo quanto riferito dall’organizzazione no profit Humanitarian Response, la percentuale di siriani che ha fatto ritorno nelle proprie abitazioni è soltanto dell’1,09%, pari a 11.347 sfollati. Questo, a detta dell’organizzazione, perché la popolazione siriana non crede che il cessate il fuoco duri a lungo e perché le condizioni di vita continuano ad essere dure.

È la medesima organizzazione che ha riferito, il 27 marzo, che gli abitanti totali nel governatorato di Idlib ammontano a 4.017.750. In un’ottica di emergenza sanitaria, i letti disponibili nelle strutture della regione sono 1689. Ciò significa che 2378 persone dovrebbero essere riposte in un solo letto. Pertanto, una maggiore diffusione di Covid-19 avrebbe effetti disastrosi per il governatorato di Idlib e per l’intero Paese.

La Siria risente di un conflitto entrato nel suo decimo anno. Le tensioni hanno avuto inizio il 15 marzo 2011 e da allora non si sono più placate. Queste vedono contrapporsi gruppi di ribelli, sostenuti dalla Turchia, e il presidente Assad, appoggiato da Mosca. L’esercito del governo è riuscito a prendere il controllo di circa il 70% del territorio nazionale, ma Idlib continua a rappresentare l’ultima roccaforte posta, in buona parte, sotto il controllo delle forze di opposizione. Per tale motivo, è al centro di una violenta offensiva sin dal mese di aprile 2019.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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