Cina e coronavirus: vietato l’ingresso a tutti gli stranieri

Pubblicato il 27 marzo 2020 alle 15:02 in Asia Cina

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La Cina vieterà l’ingresso a tutti gli stranieri, compresi quelli con visti e permessi di soggiorno validi, a partire da mezzanotte del 28 marzo, con l’obiettivo di contenere il numero di casi di coronavirus importati.

Le altre misure annunciate dal ministero degli Esteri comprendono la riduzione del numero di voli internazionali e la limitazione della capacità a bordo degli aeromobili al 75 percento. Il Ministero ha aggiunto che l’ingresso di cittadini stranieri con visti rilasciati dopo l’annuncio non sarà impedito. “L’ingresso con visti diplomatici, di servizio, di cortesia o C non sarà interessato”, ha specificato. “I cittadini stranieri che vengono in Cina per le necessarie attività economiche, commerciali, scientifiche o tecnologiche o per necessità umanitarie di emergenza possono richiedere un visto presso ambasciate o consolati cinesi”, ha aggiunto.

Nelle ultime settimane, il conteggio dei casi in Cina si è ridotto drasticamente, con solo una decina di pazienti positivi ogni giorno. Tuttavia, c’è stata un’ondata di persone infette che arrivano da nuovi hotspot all’estero. Questo ha spinto Pechino ad agire per arrestare una seconda ondata di infezioni in Cina, dove il virus è stato segnalato per la prima. Il 27 marzo, la Cina continentale ha riportato il suo primo caso di coronavirus locale in 3 giorni e 54 nuovi casi importati. I 55 nuovi casi rilevati il 26 marzo erano in calo rispetto ai 67 del giorno precedente, secondo la National Health Commission cinese, portando il conteggio delle infezioni totali a 81.340. Più di 65.000 di questi individui sono guariti, secondo i dati raccolti dalla Johns Hopkins University degli Stati Uniti. Il bilancio delle vittime della Cina si è attestato a 3.292 persone, il 26 marzo, con un aumento di 5 rispetto al giorno precedente.

Secondo quanto riportato dal New York Times, l’epidemia di coronavirus era già una vera e propria crisi, che aveva colpito decine di persone in Cina e probabilmente anche all’estero, quando l’allerta è stata diffusa da Pechino, il 31 dicembre 2019. Il quotidiano statunitense sostiene che i funzionari locali cinesi potrebbero aver minimizzato i primi segnali o semplicemente non erano coordinati abbastanza per comprendere la portata del problema. In tale contesto, la burocrazia rigidamente gerarchica della Cina avrebbe scoraggiato i funzionari dal riferire cattive notizie ai propri superiori, creando una catena di silenzio che ha reso difficile comprendere l’entità della crisi. Il coronavirus, secondo gli analisti del quotidiano, starebbe quindi mettendo in luce alcuni dei più profondi difetti e contraddizioni della governance cinese.

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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