UE-Libia: ad aprile, al via la nuova operazione Irini

Pubblicato il 26 marzo 2020 alle 17:49 in Europa Immigrazione Libia

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L’Unione europea lancerà ad aprile una nuova missione aerea e navale nel Mediterraneo per cercare di far rispettare l’embargo e fermare il traffico di armi verso la Libia. La notizia è stata rilasciata da alcuni diplomatici dell’UE, giovedì 26 marzo, dopo alcuni avvertimenti del capo degli Affari Esteri, Josep Borrell, il quale ha sottolineato il rischio per l’Unione di diventare irrilevante nella crisi libica se non si fosse adoperata subito. In particolare, il pericolo è quello di lasciare il destino della Libia in mano alla Turchia e alla Russia.

La nuova missione, denominata Irini, sostituirà quella attuale, nota come Operazione Sophia. Quest’ultima aveva smesso di impiegare le sue navi nel Mediterraneo circa un anno fa, dopo che l’Italia, attuando una serie di politiche anti-immigrazione, aveva deciso di mettere un freno al suo impegno nel recupero e nell’accoglienza dei migranti dispersi in mare. Il mandato di Sophia scade ufficialmente a fine marzo, il che significa che Irene inizierà da aprile a pattugliare il Mediterraneo orientale, dove si svolge la maggior parte del traffico di armi. Alcuni diplomatici, tuttavia, hanno evidenziato il fatto che l’UE non sarà in grado di pattugliare il confine terrestre Egitto-Libia, uno dei principali punti di passaggio delle armi dirette in Libia, e ciò potrebbe rendere incompleti e vani gli sforzi dell’Unione.

Inoltre, centinaia di migliaia di persone effettuano la pericolosa traversata dal Nord Africa verso l’Europa ogni anno e migliaia sono persone che muoiono in mare. Le navi dell’UE sono tenute, ai sensi del diritto internazionale, a salvare le persone in difficoltà. La Grecia, da parte sua, ha accettato di accogliere i migranti recuperati dalle sue acque. “La Grecia ha permesso lo sbarco nei suoi porti dei migranti tratti in salvo”, ha affermato uno dei diplomatici dell’UE coinvolti nei negoziati, aggiungendo che altri governi europei hanno concordato di contribuire a coprire i costi portuali, come quelli necessari a portare i soccorsi a terra, per evitare ulteriori pressioni finanziarie su Atene.

L’invio della missione Irini era stato approvato, all’unanimità, lo scorso 17 febbraio, in occasione del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’UE, il quale aveva deciso la sostituzione dell’Operazione Sophia, mirata a contrastare il traffico di migranti, con una nuova missione tesa al monitoraggio dell’embargo sulle armi. A differenza della missione precedente, la quale riguardava la totalità delle coste libiche, la nuova riguarderà solo le acque ad Est della Libia, principale punto di arrivo dei carichi di armamenti. L’attività delle navi nelle acque ad Est della Libia, in particolare, secondo le dichiarazioni del ministro degli Esteri dell’Italia, Luigi Di Maio, preverrà anche la trasformazione della Missione UE in un richiamo per i migranti. In ogni caso, aveva specificato il ministro, è stata prevista l’interruzione delle attività navali nel caso in cui questo accada.

Nel corso del vertice informale del 4 e del 5 marzo, tra i ministri della Difesa dellUnione Europea, è stato riconosciuto da parte dell’UE, nella persona di Josep Borrell, il lavoro svolto dall’Italia con il comando dell’Operazione Sophia. In aggiunta, l’Alto Rappresentante ha ringraziato Roma per essersi offerta ad assumere il comando della nascente Missione Irini.Il comandante della missione sarà il contrammiraglio Fabio Agostini, che, a inizio marzo, ha sostituito al comando di Sophia l’ammiraglio di Squadra Enrico Credendino, in carica dal 2015.

Dal 25 marzo, il premier di Tripoli, Fayez al-Sarraj, ha avviato unoperazione, nota con il nome di Tempesta di pace, per frenare i continui attacchi dellEsercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar. Gli attacchi dell’LNA e la risposta di Tripoli rappresentano una violazione della tregua esortata dalle Nazioni Unite e da diversi Paesi a livello internazionale, di fronte alla crescente diffusione del coronavirus nel mondo così come nei Paesi Nord-africani. Il timore è che la diffusione di Covid-19 possa ulteriormente esacerbare la crisi libica e provocare maggiori sofferenze per l’intera popolazione, di fronte ad un quadro caratterizzato da risorse e infrastrutture medico-sanitarie insufficienti ed inadeguate, oltre a un numero crescente di vittime causate dal conflitto in corso.

Di fronte a tale scenario, la missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia ha esortato le parti coinvolte nel conflitto ad impegnarsi per una de-escalation, evidenziando come al momento sia necessario concentrarsi sulla lotta contro il coronavirus e garantire la sicurezza della popolazione. A tal proposito è stata richiesta la cessazione immediata delle ostilità e del flusso di armi e combattenti verso la Libia. “Mentre il mondo intero si impegna a combattere la diffusione dell’epidemia di coronavirus, con ripercussioni anche per i Paesi ricchi di risorse, gli attacchi e i contrattacchi in Libia continuano a causare più sofferenze e vittime tra i civili”, ha dichiarato la missione dell’ONU in Libia.

È dal 4 aprile 2019 che Haftar ed il proprio esercito cercano di prendere il controllo della capitale Tripoli. Tuttavia, l’inizio della crisi libica è da far risalire al 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’avvio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato dal primo ministro al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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