Iraq: ancora missili nei pressi del compound USA

Pubblicato il 26 marzo 2020 alle 8:41 in Iraq USA e Canada

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Due missili Katyusha sono stati lanciati contro la Green Zone, nei pressi dell’ambasciata statunitense, situata nel centro di Baghdad.

L’episodio, il 25esimo di tal tipo sin dal mese di ottobre 2019, si è verificato all’alba di giovedì 26 marzo, secondo quanto riferito dal corrispondente del quotidiano arabo al-Arabiya. Fonti locali, tuttavia, hanno riferito di aver udito il boato di razzi ed esplosioni ed il suono delle sirene sin dalla notte precedente. I medesimi testimoni hanno poi rivelato che le pattuglie della polizia irachena si sono dispiegate nel corso della notte nel centro della capitale, sebbene non sia chiaro se tale azione sia da ricollegarsi all’accaduto.

Un episodio simile si era già verificato nella sera del 17 marzo, quando tre missili Katyusha erano stati lanciati contro la Green Zone, un’area fortificata del centro della capitale irachena, sede di istituzioni ed ambasciate, tra cui quella statunitense. Inoltre, nelle ultime settimane strutture statunitensi situate in Iraq sono state prese più volte di mira.

In particolare, nelle prime ore del 17 marzo, due missili hanno colpito una base di addestramento militare nel Sud di Baghdad, dove sono presenti sia truppe della coalizione internazionale a guida statunitense sia funzionari NATO. Secondo quanto riferito da membri dell’esercito iracheno, l’attacco ha interessato, in particolare, la base di Besmaya, situata a 60 km a Sud della capitale irachena, che ospita forze spagnole legate alla coalizione anti-ISIS e forze di addestramento NATO.

Ancor prima, almeno 10 missili Katyusha hanno colpito, l’11 marzo, una base irachena che ospita soldati della coalizione internazionale anti-ISIS, situata ad al-Taji, a 85 km a Nord della capitale irachena Baghdad. Questo primo attacco ha causato la morte di due soldati statunitensi ed uno britannico, ed il ferimento di altri 12 uomini. Successivamente, la medesima base è stata interessata da un ulteriore attentato, il 14 marzo, che ha causato il ferimento di almeno 2 soldati delle truppe irachene e 3 appartenenti alle forze della coalizione.

Sin da ottobre 2019, sono almeno 25 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, portando Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di quanto accaduto. Queste, note altresì con il nome di Kataib, sono un gruppo paramilitare sciita iracheno e rappresentano il braccio armato delle Forze di Mobilitazione Popolare.

Tuttavia, gli ultimi episodi sono da collocarsi nel clima di crescente escalation verificatasi a cavallo tra il 2019 ed il 2020, il cui culmine è stato rappresentato dall’uccisione del generale iraniano a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e di Abu Mahdi al-Muhandis, vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare, deceduti, il 3 gennaio, a seguito di un raid aereo ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro l’aeroporto di Baghdad.

Precedentemente, il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena aveva causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Il 29 dicembre, poi, l’esercito statunitense ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, il 31 dicembre 2019 ed il primo gennaio 2020, in cui gruppi di manifestanti affiliati alle Forze di Mobilitazione Popolare hanno preso d’assalto il compound.

Il clima di tensione che ha caratterizzato l’Iraq da fine dicembre 2019 ha più volte portato la popolazione irachena ad accusare sia gli Stati Uniti sia l’Iran di aver trasformato il proprio Paese in un campo di battaglia. In tale quadro, il Parlamento iracheno, il 5 gennaio, aveva approvato una risoluzione con cui si chiedeva al governo di espellere le truppe straniere presenti in Iraq, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni, ma il 30 gennaio è stato lo stesso esercito iracheno a dichiarare la ripresa delle operazioni congiunte con la coalizione contro lo Stato Islamico, guidata dagli Stati Uniti.

A tal proposito, è del 20 marzo la dichiarazione di un alto funzionario del Dipartimento di Stato statunitense, secondo cui gli Stati Uniti si sono detti “enormemente delusi” dalle prestazioni del governo iracheno nell’adempiere al loro obbligo di proteggere le forze della coalizione internazionale contro l’ISIS. Quest’ultima ha inoltre deciso di sospendere gli addestramenti per prevenire la diffusione di coronavirus.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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