Coronavirus, Cuba: cubani in esilio chiedono a Trump di abrogare embargo

Pubblicato il 26 marzo 2020 alle 10:21 in Cuba USA e Canada

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Mentre Cuba inizia ad applicare misure più severe per affrontare il coronavirus e il numero di casi nel paese continua a crescere lentamente – nelle ultime 24 ore, ne sono state confermate otto nuovi casi, per un totale di 48 positivi e un decesso -, diversi gruppi di residenti cubani negli Stati Uniti, in Europa e in altri paesi, hanno lanciato varie iniziative per chiedere a Washington di revocare le restrizioni commerciali e finanziarie imposte all’Avana, almeno per la durata della pandemia.

Una di queste iniziative, promossa dall’accademico cubano di Miami Carlos Lazo, è riassunta in una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che è già stata firmata da migliaia di persone, tra cui l’ambasciatore dell’Unione europea all’Avana, Alberto Navarro. La lettera afferma che le limitazioni imposte dal governo degli Stati Uniti rendono difficile o impossibile per Cuba acquisire attrezzature mediche, cibo e medicinali, e quindi chiedono al presidente di “dare una mano e mostrare solidarietà al popolo cubano” almeno in questa situazione eccezionale.

“In caso contrario, una crisi umanitaria di conseguenze incalcolabili potrebbe abbattersi su Cuba” – avvertono i firmatari, dopo aver detto che “in questa dolorosa ora, le considerazioni politiche devono lasciare il posto a considerazioni umanitarie”. Un’altra lettera, che il quotidiano ufficiale Granma riporta nella sua interezza, è promossa dai cubani residenti in Europa e chiede ai presidenti e ai primi ministri dei paesi dell’Unione europea di intercedere con la Casa Bianca per revocare le sanzioni. Il documento ricorda che “dal 16 giugno 2017 ad oggi sono state applicate 191 misure coercitive, attivando dal 2 maggio 2019 il titolo III della legge Helms-Burton come parte delle azioni volte a soffocare l’economia cubana”.

Da quando Trump ha assunto la presidenza degli Stati Uniti, ha interrotto o invertito la maggior parte dei progressi nella normalizzazione dei rapporti con Cuba voluti dal suo predecessore Barack Obama. Negli ultimi tre anni, la pressione finanziaria sulle banche internazionali è aumentata per ostacolare le operazioni con Cuba, sono state varate restrizioni alle rimesse che i cubano-americani possono inviare ai loro parenti sull’isola e Washington ha colpito il settore turistico, principale fonte di introiti per L’Avana, con varie sanzioni.

A ciò si aggiungono gli effetti della legge Helms-Burton, approvata nel 1996 ma il cui titolo III era sempre stato sospeso fino a maggio 2019, che consente di intentare causa nei tribunali degli Stati Uniti contro società straniere che presumibilmente “trafficano” con proprietà a Cuba, al fine di scoraggiare gli investimenti stranieri. La misura ha già interessato diverse società europee, in particolare nel settore turistico. Tra queste la spagnola Melià, che gestisce hotel in tutta l’isola, e la francese Pernod-Ricard, che commercializza il rum.

La crisi del coronavirus, che significherà l’imminente chiusura della maggior parte degli hotel del paese, aggrava ulteriormente la situazione del settore. A partire da martedì 24 marzo, nessun turista può entrare nell’isola e gli oltre 30.000 viaggiatori che rimangono nel paese dovranno partire nei prossimi giorni. Mentre rimangono nel territorio cubano, non possono lasciare gli hotel o le case private dove si trovano, il che sta causando molte incertezze e situazioni complesse, poiché molte compagnie aeree hanno cancellato i loro voli e molte persone ancora non sanno quando saranno in grado di tornare.

Lunedì 23 marzo le autorità hanno adottato un pacchetto completo di misure per tentare di arginare l’epidemia, senza raggiungere la quarantena obbligatoria del paese. Il viaggio dei cubani tra le province dell’isola è stato limitato, così come le uscite dal paese e le classi sono state sospese a tutti i livelli di istruzione. L’appello a rimanere a casa è rivolto alla “coscienza dei cubani” anche se è stato annunciato che saranno prese misure più severe, comprese misure di polizia, per assembramenti e concentrazioni nelle strade. I mercati e i ristoranti continueranno ad essere aperti, ma d’ora in poi dovranno rispettare rigide misure igieniche e di distanza – minimo due metri – altrimenti saranno chiusi. Il problema principale è quello delle code nei negozi, difficile da evitare a causa del deficit cronico di articoli essenziali, sia alimentari che di igiene personale.

Per far fronte a questo deficit si sono uniti i cubani all’estero, chiedendo a Trump di revocare le sanzioni.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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